Il diluvio di querele dei Cappa contro il circo mediatico su Garlasco: ipotizzato un depistaggio organizzato
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Redazione Interno
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Nell’interminabile e tortuosa vicenda giudiziaria che avvolge l’omicidio di Chiara Poggi, consumatosi a Garlasco nell’agosto del 2007, si consuma ora una controffensiva legale senza precedenti firmata dalla famiglia Cappa. Ermanno Cappa, avvocato, sua moglie Maria Rosa Poggi – zia della vittima – e le loro figlie, le gemelle Paola e Stefania – che all’epoca finirono loro malgrado al centro dell’attenzione per un fotomontaggio che le ritraeva davanti alla villetta del delitto – hanno rotto un silenzio durato quasi due decenni. Lo hanno fatto non concedendo interviste o apparendo in televisione, bensì depositando una pioggia di esposti presso la Procura della Repubblica di Milano. Si parla di oltre cinquanta denunce, un numero impressionante che mira a colpire in modo sistematico quello che i Cappa stessi definiscono, senza mezzi termini, un vero e proprio “circo mediatico”. L’obiettivo dichiarato è contrastare quel flusso ininterrotto di illazioni, ricostruzioni fantasiose e vecchie testimonianze – molte delle quali già ampiamente smentite e archiviate – che da settimane, complice la riapertura delle indagini da parte della Procura di Pavia, ha nuovamente invaso il web, i salotti televisivi e le pagine dei giornali.
Nel mirino della famiglia i volti noti della televisione e i vecchi testimoni
La batteria di querele, che secondo quanto riportato sarebbe stata affidata al sostituto procuratore Antonio Pansa, non risparmia nessuno. Tra i destinatari figurano giornalisti e conduttori di primo piano del panorama televisivo nazionale, accusati di aver rimesso in circolo polveroni mediatici ormai datati. Nel mirino sono finiti Massimo Giletti e Olga Mascolo, quest’ultima inviata storica di Storie Italiane su Rai 1, oltre all’ex maresciallo dei carabinieri di Garlasco, Francesco Marchetto, e all’avvocato Antonio De Rensis, legale di Alberto Stasi – l’ex fidanzato di Chiara Poggi condannato in via definitiva per l’omicidio. La contestazione, da parte dei Cappa, ruota attorno alla riproposizione di teorie ormai prive di fondamento giudiziario, come quelle legate ai presunti avvistamenti di Marco Muschitta – l’operaio che disse di aver visto una ragazza bionda allontanarsi in bicicletta dalla scena del crimine, salvo poi ritrattare tutto – o di Gianni Bruscagin, la cui testimonianza non ha mai retto al vaglio degli inquirenti. Particolarmente contestate sono le ricostruzioni che, con un piglio dietrologico, hanno tentato di legare le gemelle a moventi inesistenti, facendo riferimento persino al Santuario della Bozzola come a un fantomatico crocevia di oscure trame.
L’accusa più grave: un disegno per inquinare le nuove indagini
Ciò che emerge dagli atti depositati, però, e che conferisce a questa iniziativa legale un peso specifico ben maggiore di una semplice reazione a dichiarazioni ritenute diffamatorie, è l’ipotesi avanzata dalla famiglia Cappa. Secondo quanto si apprende da fonti vicine all’inchiesta, e come riportato da diversi organi di stampa, nei loro esposti i Cappa non si limitano a chiedere un risarcimento per le offese subite, ma ipotizzano l’esistenza di un vero e proprio “depistaggio organizzato”. Un disegno, cioè, che sarebbe stato orchestrato da più soggetti con il preciso scopo di gettare fumo negli occhi, deviare l’attenzione degli inquirenti e sabotare i nuovi accertamenti disposti dalla Procura di Pavia. In pratica, secondo questa prospettiva, il martellante stillicidio di notizie, spesso incontrollate, che ha investito le gemelle e la loro famiglia non sarebbe solo il frutto di un maldestro sensazionalismo, ma una strategia mirata per confondere le acque e allontanare i sospetti da altre direzioni, magari quelle dei veri responsabili.
La replica di chi si difende: un diritto di cronaca esercitato con cautela
Tra i professionisti finiti nel calderone delle denunce, non sono tardate ad arrivare le prime reazioni, improntate a una sostanziale serenità ma anche a una ferma rivendicazione del proprio operato. Olga Mascolo, contattata dall’agenzia di stampa Open, ha voluto precisare la sua posizione con parole chiare: «Non ho mai travalicato i confini del diritto di cronaca, ho sempre utilizzato il condizionale e ho riportato le notizie, esprimendo semmai delle perplessità». La giornalista ha aggiunto di non avere alcuna preoccupazione riguardo alla propria posizione, sottolineando come le sia parso quantomeno singolare essere citata in concorso con l’avvocato De Rensis, una persona che – ha tenuto a rimarcare – non ha mai nemmeno incontrato al di fuori di una diretta televisiva. Una presa di posizione, la sua, che fotografa perfettamente la complessità di una vicenda in cui il confine tra la legittima informazione e la possibile lesione della reputazione altrui diventa sempre più labile, specialmente a distanza di diciotto anni da un delitto che continua a gridare vendetta e a cercare, forse invano, una verità ultima e condivisa.




