Garlasco, la famiglia Cappa presenta cinquanta denunce: nel mirino il “circo mediatico” e chi rilancia vecchie piste
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La stagione giudiziaria che da diciotto anni avvolge l’omicidio di Chiara Poggi, consumato il 13 agosto del 2007 tra le mura di via Pascoli a Garlasco, conosce una nuova, deflagrante svolta. Questa volta, però, il fronte non si apre sulle tracce di dna o sulle perizie che hanno portato alla condanna definitiva di Alberto Stasi prima e al nuovo avviso di garanzia per Andrea Sempio poi. A passare all’offensiva, con una decisione che non ammette tentennamenti, è la famiglia Cappa, da sempre ai margini dell’inchiesta ma da sempre, suo malgrado, al centro di un racconto parallelo fatto di insinuazioni e dietrologie. Ermanno Cappa, avvocato, sua moglie Maria Rosa Poggi – zia della vittima – e le due figlie gemelle, Paola e Stefania, hanno depositato un fascio di esposti presso la Procura della Repubblica di Milano che conta oltre cinquanta querele. Un numero impressionante, quest’ultimo, che fotografa l’intenzione dei denuncianti di non lasciare campo libero a quelle che loro stessi definiscono, senza mezzi termini, le “illazioni dei complottisti” e a un vero e proprio “depistaggio organizzato” che, a loro avviso, sarebbe stato orchestrato ai danni della loro reputazione.
Tra i destinatari di questa pioggia di carte bollate, spiccano nomi noti del panorama televisivo e giornalistico nazionale. Massimo Giletti e Olga Mascolo, conduttrice quest’ultima di “Storie Italiane” su Rai 1, sono finiti nel mirino insieme ad altri opinionisti e addetti ai lavori. La contestazione, per quanto emerge dalle prime ricostruzioni, non si limita a una generica offesa, ma punta a delineare un disegno più complesso. I Cappa, infatti, non si limitano a difendersi: attaccano, ipotizzando che dietro la riapertura di certe piste – si pensi alle teorie, più volte smentite, legate al Santuario della Bozzola – vi sia una strategia coordinata per inquinare i nuovi accertamenti della Procura di Pavia e, di fatto, allontanare i riflettori dai veri percorsi investigativi.
Il precedente giudiziario e la posizione di chi ha raccontato il caso
Questa iniziativa legale dei Cappa non attecchisce in un terreno vergine, ma si innesta su un solco già tracciato da recenti pronunce dei giudici. Solo pochi mesi fa, a fine ottobre, una sentenza di primo grado del Tribunale di Milano aveva condannato l’autore Riccardo Festinese e il giornalista Alessandro De Giuseppe, volti noti del programma “Le Iene”, per diffamazione aggravata ai danni di Stefania Cappa. La giudice Sara Faldini, nelle motivazioni depositate a gennaio, aveva scritto nero su bianco come nel servizio andato in onda nel maggio del 2022 si fosse arrivati a insinuare, seppur non esplicitamente, un possibile coinvolgimento della donna nell’omicidio della cugina. Un passaggio, quello della sentenza, che aveva sottolineato la “assoluta inattendibilità” del testimone Marco Muschitta – le cui dichiarazioni erano state alla base di quelle ricostruzioni – già acclarata dal gup di Vigevano nella prima sentenza che aveva assolto Stasi.
Olga Mascolo, interpellata in merito alla querela che la vede tra i nominativi colpiti, ha voluto precisare la sua posizione, sottolineando come non abbia mai travalicato i confini del diritto di cronaca. In una dichiarazione rilasciata a Open, la conduttrice ha spiegato di aver sempre utilizzato il condizionale e di aver riportato le notizie, esprimendo perplessità legittime su una vicenda, quella di Muschitta, che presenta zone d’ombra. La stessa Mascolo ha manifestato stupore per la citazione in concorso con l’avvocato Antonio De Rensis, legale di Alberto Stasi, con il quale ha detto di non aver mai avuto contatti se non in diretta televisiva.
Audio misteriosi e nuove querele: lo scenario si infittisce
Parallelamente all’ondata di denunce dei Cappa, il caso si arricchisce di un altro elemento di complessità, destinato probabilmente a incrociarsi con i fascicoli aperti a Milano. La criminologa Roberta Bruzzone, nel corso della trasmissione “Quarto Grado” condotta da Gianluigi Nuzzi, ha rivelato di aver consegnato alla Procura di Milano alcuni file audio, della durata di diverse ore, in cui tre soggetti interlocutori metterebbero in campo una teoria del tutto fantasiosa sul delitto di Garlasco. Secondo quanto dichiarato dalla stessa Bruzzone, che ha voluto precisare di aver agito nella sua veste di cittadina, il contenuto di quelle registrazioni sarebbe molto serio e circostanziato, tanto da integrare, a suo parere, non tanto il reato di diffamazione quanto quello, ben più grave, di calunnia. Ebbene, questi stessi audio, ha confermato la criminologa, sarebbero già stati oggetto di una delle querele presentate da Paola e Stefania Cappa. Un particolare, quest’ultimo, che lega a doppio filo le querele preventive delle gemelle e il materiale consegnato agli inquirenti.
La reazione della famiglia Cappa, dunque, si configura come un tentativo di arginare un fenomeno che, a diciotto anni di distanza, non accenna a placarsi. Le oltre cinquanta denunce rappresentano una risposta netta e chirurgica a chiunque, nel corso degli anni e in particolare dopo la riapertura delle indagini che ha riportato i riflettori su Garlasco, abbia riproposto vecchie testimonianze – come quelle di Gianni Bruscagin, altro nome emerso in queste ore – o abbia alimentato ricostruzioni prive di riscontri. L’accusa di “depistaggio organizzato” che i Cappa brandiscono non è solo una formula retorica, ma il tentativo di riportare la discussione nei binari di un’aula di tribunale, dove le parole hanno un peso specifico e dove le illazioni, se non provate, si trasformano in capi d’imputazione.




