De Gregori, Zerocalcare e l’obbligo di schierarsi: “Non fa bene alla causa”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Era il luglio del 2003 all’Ippodromo delle Capannelle, quando Francesco De Gregori, con quella sua ironia sottile capace di trafiggere qualsiasi conformismo, chiuse una canzone dedicandosi a una stoccata beffarda: “Datevi un bacio, prima di questa lunga estate di castità”.

Il bersaglio, all’epoca, era l’appello alla purezza lanciato da Giovanni Paolo II; un modo come un altro per ricordare, con una certa eleganza, che il cantautore romano non ha mai graziato nessuno – né il potere, né le mode del momento, né le sacrestie. repubblica +3

Oggi, a distanza di oltre vent’anni, si ritrova al centro di una bufera mediatica per una ragione quasi identica nella forma, anche se profondamente diversa nella sostanza: il rifiuto di indossare la casacca del pensiero unico.

Stavolta non si tratta di castità, ma di geopolitica; e mentre alcuni colleghi gli danno ragione, altri lo guardano storto, l’accusa è sempre la stessa, quella di essere un artista “borghese” che non vuole sporcarsi le mani. ilfattoquotidiano +3

L’imbarazzo di De Gregori e il proclama da palco

Tutto è nato da una frase pronunciata in occasione della presentazione del docufilm “Nevergreen”, quando De Gregori ha avuto il coraggio – o l’incoscienza – di ammettere a voce alta ciò che molti pensano ma pochi dicono: prova “imbarazzo” quando un uomo di spettacolo si schiera in maniera netta e apodittica su questioni internazionali.

L’innesco, va detto, è stato un passaggio dedicato a Bruce Springsteen e alla sua opposizione a Donald Trump (ricordiamo che il tycoon siede alla Casa Bianca ormai da più di un anno, ma questo non cambia la natura del discorso). ilfattoquotidiano +3

Per il cantautore de “La donna cannone”, il proclama buttato giù da un palco lascia indifferente: “Non sono per gli artisti che vogliono sensibilizzare il loro pubblico – ha spiegato – perché non sono abbastanza sensibili per conto loro? Non do lezioni, visto che anch’io ho le idee confuse”. Una posizione, questa, che ha scatenato l’inferno sui social, tra chi lo accusa di vigliaccheria e chi, invece, ne loda la coerenza. ilfattoquotidiano +3

Al Bano: “Un artista deve fare quello che sente”

A rompere il silenzio tra i colleghi ci ha pensato Al Bano, ospite della trasmissione “Un Giorno da Pecora” su Rai Radio1.

Il cantante pugliese, intervistato da Nancy Brilli e Giorgio Lauro, non ha avuto dubbi nell’allinearsi alle parole di De Gregori: “Sono d'accordissimo con Francesco – ha dichiarato – è un fatto privato, non sei obbligato a fare quello che non senti. Io condivido in pieno il suo pensiero. Non accetto le imposizioni”.

Una presa di posizione netta, che riporta il dibattito lì dove forse dovrebbe stare: sul confine labile tra arte e impegno civile. repubblica +3

Non si tratta, per Al Bano, di essere disimpegnati; si tratta semmai di rivendicare la libertà di esprimersi attraverso le note, e non attraverso slogan preconfezionati. Un’idea, questa, che stride violentemente con l’etica contemporanea dei like e delle dichiarazioni a effetto. leggo +3

Zerocalcare: l’autenticità è tutto, il pro forma non serve a nessuno

Il commento più interessante, forse, arriva da Michele Rech, in arte Zerocalcare. Il fumettista romano, ospite al Best Movie Day di Milano, ha scelto di non unirsi al coro dei lanciatori di pietre virtuali.

Pur avendo fatto della militanza e dello schieramento una cifra stilistica indiscutibile – lo si vede bene nella sua produzione artistica – Zerocalcare ha evitato di condannare il collega più anziano. corriere +3

Anzi, ne ha colto la profondità: “Se c’è una persona che ha una voce pubblica e la usa per dire cose importanti io sono contento – ha affermato – ma la pretesa di farglielo fare per forza a una persona che non se la sente, e che magari dice così per avere il plauso o dei like, non è una cosa che fa bene neanche alla causa stessa”.

Ecco il paradosso smascherato: l’obbligo moralistico a prendere posizione, quando vissuto come una liturgia svuotata di significato, rischia di indebolire le ragioni che si vorrebbero difendere. leggo +3

Meglio il silenzio onesto di un De Gregori – potrebbe sintetizzarsi – che la menzogna interessata di chi sale sul carro dei vincitori solo per opportunismo. secoloditalia +3

La lunga estate dell’intolleranza e il processo mediatico

Non è la prima volta, del resto, che De Gregori finisce nel mirino di una fronda intollerante.

Qualcuno, frugando nella memoria, ha ricordato l’episodio del 1976 a Milano, quando al termine di un concerto fu costretto a tornare sul palco per subire una sorta di processo popolare: lo accusavano di essere troppo borghese, di pensare prima alla canzone e solo dopo alla rivoluzione.

Oggi la pistola è stata sostituita dalla tastiera del computer, ma la sostanza non cambia: c’è chi non sopporta l’idea che un artista possa dire “preferisco di no”, alla maniera dello scrivano Bartleby. repubblica +3

In un mondo dello spettacolo dove quasi nessuno si sottrae al rito della dichiarazione di voto su Gaza o sull’Iran, il “no grazie” pronunciato da De Gregori suona quasi come un atto di sovversione. E forse, in fondo, lo è. repubblica +3

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