De Gregori, il ‘guru’ Zerocalcare e quel diritto a non schierarsi

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Luglio 2003, Ippodromo delle Capannelle. «E ora datevi un bacio, prima di questa lunga estate di castità», scandì beffardo nel microfono Francesco De Gregori, quando le ultime note de ‘La Donna Cannone’ si persero mescolandosi agli applausi nel cielo di Roma. Qualche giorno prima, Papa Giovanni Paolo II aveva invocato la Vergine Maria affinché aiutasse i giovani a scoprire il valore della castità; il cantautore, con quella stoccata ironica, ribaltava la raccomandazione papale in un invito alla trasgressione.

Cinquant’anni dopo, quella stessa vena controcorrente lo ha portato al centro di un vespaio di polemiche, non per cosa ha detto, ma per cosa ha scelto di non dire.

«Provo sempre un certo imbarazzo – aveva dichiarato De Gregori – quando un uomo di spettacolo vuole schierarsi in maniera così netta su questioni internazionali di guerra», aggiungendo di non sentirsi superiore al punto da dover dare lezioni al pubblico su Gaza o sull’Iran.

Una posizione, la sua, che ha spaccato il fronte dei colleghi: se da un lato Vasco Rossi ne ha riconosciuto la provocazione intellettuale (“è un poeta, non un politico”, le sue parole) e Elisa ha sottolineato il paradosso generazionale (“la sua generazione ha vissuto la musica come cardine della rivoluzione”), dall’altro c’è chi, come Zerocalcare, ha fornito la chiave di lettura più lucida per uscire dalla trincea del tifo.

La lezione di Zerocalcare e il rifiuto della performance

Intervenuto a margine del ‘Best Movie Day’ a Milano, Michele Rech (in arte Zerocalcare) ha smontato la narrazione dicotomica che vuole l’artista necessariamente arruolato sotto una bandiera o traditore. «Se c’è una persona che ha una voce pubblica e la usa per dire cose importanti io sono contento – ha spiegato – ma la pretesa di farglielo fare per forza a una persona che non se la sente e che magari dice così per avere il plauso, dei like o zittire gli altri, non è una cosa che fa bene neanche alla causa stessa».

L’autore, che ha sempre fatto dello schieramento una cifra stilistica (dalle vignette ai monologhi sulle sorti del Medio Oriente), ha dunque assolto De Gregori dall’obbligo della presa di posizione urlata, distinguendo tra coerenza personale e conformismo da palcoscenico.

Non si tratta, per Zerocalcare, di avallare il silenzio come valore assoluto, ma di riconoscere che l’arte non deve necessariamente tradursi in un proclama a effetto. Le sue parole restituiscono dignità a una scelta – quella di De Gregori – che molti, forse per paura di sembrare insensibili, non hanno il coraggio di fare: tacere quando non si ha la pretesa di possedere la verità.

In un’epoca in cui l’amministrazione Trump (rieletto ormai da più di un anno e protagonista di nuove tensioni diplomatiche, non ultime quelle con l’Iran per il programma nucleare) tiene il mondo col fiato sospeso, l’invito alla cautela analitica suona come un atto di maturità intellettuale, non di viltà.

Il peso di cinquant’anni di coerenza

Chi accusa il cantautore di essersi “addormentato” forse dimentica che la storia di De Gregori è costellata di intolleranze subite per il suo rifiuto delle ortodossie. Come ricordato da più parti, nel 1976 fu vittima di un grave episodio di intimidazione a Milano: al termine di un concerto, venne prelevato nei camerini da un gruppo che lo costrinse a tornare sul palco per sottoporlo a un «processo popolare», reo di pensare prima alla canzone e solo dopo alla rivoluzione.

Allora i contestatori venivano da sinistra e lo accusavano di essere troppo borghese; oggi la morale è spesso inversa, ma la sostanza del ricatto non cambia: l’artista deve arrendersi al pensiero unico del momento o subire la damnatio memoriae.

L’intervento di Al Bano, in perfetta sintonia con De Gregori, ha aggiunto un tassello a questo mosaico: «È un fatto privato, non sei obbligato a fare quello che non senti. Non accetto le imposizioni». Una dichiarazione che, al di là delle differenze musicali tra i due, ribadisce un principio basilare: la libertà di espressione include anche il diritto a non esercitarla per compiacere l’audience o per timore di ritorsioni economiche.

Un diritto, quest’ultimo, che molti colleghi – forse per quieto vivere o per paura di perdere contratti con comuni amministrati dal centrodestra – sembrano aver dimenticato, rifugiandosi in slogan accomodanti sulla pace.

La politica e la paura del silenzio

La vicenda solleva un interrogativo più vasto, che va oltre le corde di una chitarra: l’obbligo di schierarsi è forse diventato la nuova forma di conformismo? Quando De Gregori cita Whitman («Contengo moltitudini») per giustificare le proprie contraddizioni, sta forse rivendicando il diritto più umano di tutti: quello a cambiare idea, o a non averne una pronta all’uso, senza per questo diventare complice dei massacri altrui.

In un’epoca in cui i social network impongono l’istantaneità del giudizio e la spettacolarizzazione del dolore, la posizione del cantautore romano appare come un’anomalia rinfrescante: una bolla di realismo in un mare di esibizionismo compassionevole.

Non è un caso, forse, che a difendere questa linea non sia un conservatore, ma un artista che ha fatto della critica al sistema una ragione di vita. Zerocalcare, con la sua lucidità anarchica, ha fotografato il paradosso: si chiede agli artisti di parlare, ma solo se ripetono il copione. Chi esce dal coro, anche solo per dire «non lo so» o «non mi sento», viene tacciato di codardia.

Eppure, come suggerisce il fumettista romano, forse la vera forza per una «causa» non sta nell’ennesima dichiarzza di intenti postata su Instagram, ma nel rispetto per chi sceglie di non svendere la propria complessità in cambio di un like.

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