«La terra trema» a Teheran mentre l’amministrazione Trump manda segnali contraddittori sulla guerra lampo

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’undicesimo giorno di bombardamenti congiunti tra Stati Uniti e Israele ha trasformato un’altra notte della capitale iraniana in un incubo fatto di scoppi e tremiti del suolo, con i residenti costretti a misurarsi con l’idea che l’operazione, inizialmente propagandata come «fast and furious» dall’amministrazione Trump, stia invece assumendo i contorni di un conflitto destinato a protrarsi. Un messaggio inviato da un abitante di Teheran nelle ore più buie e ricevuto da un conoscente in Italia solo otto ore dopo racconta di lampi intensissimi capaci d’illuminare l’intera volta celeste, di esplosioni ravvicinate e di un rombo sordo che faceva vibrare le fondamenta degli edifici, quasi fosse un terremoto. I video che circolano sui social, e che sono stati rilanciati dalla stessa Società della Mezzaluna Rossa iraniana, mostrano squadre di soccorritori impegnate a scavare tra le macerie di palazzi colpiti, mentre il fumo nero, alzatosi dopo il bombardamento di una raffineria, ha avvolto la città e indotto le autorità a intimare alla popolazione di restare al chiuso per evitare i rischi legati alla qualità dell’aria, ormai irrespirabile.

Il paradosso dei messaggi americani e il timore israeliano di uno stop improvviso

Mentre Teheran vive ore di terrore, dall’amministrazione americana filtrano dichiarazioni che appaiono sempre più come un groviglio inestricabile, alimentando un paradosso geopolitico difficile da decifrare. Da un lato il presidente Trump, che pure aveva promesso in campagna elettorale di tenere gli Stati Uniti lontani da nuove guerre eterne, parla ora di un’operazione «way ahead of schedule» e minaccia di colpire l’Iran «venti volte più forte» se osasse minacciare le forniture petrolifere mondiali. Dall’altro lato, il suo stesso segretario alla Difesa, Pete Hegseth, aveva definito la missione «laser-focused» appena pochi giorni fa, escludendo ufficialmente l’obiettivo del cambio di regime, salvo poi essere smentito di fatto dalle mosse della Casa Bianca, che secondo il Washington Post starebbe cercando contatti con i curdi in Iran e Iraq per fomentare una rivolta interna capace di rovesciare la Repubblica islamica. In questo bailamme di posizioni, a Gerusalemme Ovest cresce la preoccupazione, come testimonia Yaacov Aroni, un commerciante incontrato al Cookie Cafè di via Giaffa nel momento in cui la sirena per l’arrivo di un missile iraniano ha fatto alzare tutti i clienti: il timore, per molti israeliani, non è solo legato alla minaccia immediata dei razzi, ma anche alla possibilità che Washington decida improvvisamente di tirarsi indietro, lasciando Israele da solo in un conflitto che si preannuncia lungo e logorante.

L’allarme OMS per la «pioggia nera» e il dramma ambientale sulla capitale

A complicare ulteriormente il quadro, già drammatico per le vittime e le distruzioni, è sopraggiunta la preoccupazione per le conseguenze ambientali degli attacchi portati contro le infrastrutture petrolifere. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato un allarme specifico riguardo alla cosiddetta «pioggia nera» che si è abbattuta su Teheran dopo i raid, un fenomeno dovuto alla ricaduta al suolo delle particelle di idrocarburi e di sostanze tossiche sollevate in aria dalle esplosioni e dagli incendi dei serbatoi. Il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha avvertito che l’esposizione a questi agenti inquinanti, che contaminano cibo, acqua e aria, rischia di provocare seri problemi respiratori nella popolazione, in particolare nei bambini, negli anziani e in chi già soffre di patologie polmonari. Le autorità iraniane hanno invitato i cittadini a non uscire di casa e, in caso di necessità, a indossare mascherine protettive, mentre le immagini che arrivano dalla città mostrano auto e strade coperte da una coltre nerastra, con i vigili del fuoco e i soccorritori al lavoro in un contesto che definire apocalittico non appare esagerato.

La resistenza iraniana e la vita quotidiana sotto le bombe

Nonostante la potenza di fuoco dispiegata e la morte del leader supremo Ali Khamenei, avvenuta proprio nel primo giorno dell’offensiva congiunta, la Repubblica islamica mostra segni di resilienza e non accenna a cedere. I lanci di missili verso Israele continuano, alimentando un allarme costante nelle città israeliane, e la popolazione civile iraniana, sebbene stremata da dieci giorni di raid incessanti e dal blackout informatico imposto dal regime, cerca in qualche modo di adattarsi a una nuova, precaria normalità. Le testimonianze raccolte dalla BBC parlano di persone che non dormono più, che vanno al lavoro nel turno di notte per evitare gli orari dei bombardamenti, e che convivono con il rumore costante delle esplosioni, ormai parte del paesaggio sonoro urbano. E mentre le potenze occidentali discutono su come gestire i prossimi passi, l’Iran resta in piedi, le sue strutture sotterranee probabilmente ancora operative e la sua popolazione divisa tra la paura, la rabbia e la speranza che quel regime, contro cui molti hanno protestato nei mesi scorsi, possa davvero essere spazzato via, anche a costo di sopportare ancora questo terrore.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.