L’Iran colpisce la base italiana in Kuwait, distrutto un drone Predator
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Redazione Esteri
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La base aerea di Ali Al Salem, in Kuwait, è stata presa di mira questa mattina da un attacco con drone che ha distrutto un velivolo a pilotaggio remoto dell’Aeronautica militare italiana, un MQ-9A Predator del valore di circa 35 milioni di dollari, come confermato dallo Stato Maggiore della Difesa. Il personale italiano e statunitense presente nella struttura, che ha immediatamente raggiunto i bunker di sicurezza al momento dell'impatto, è rimasto fortunatamente illeso; un epilogo, questo, che non può far passare in secondo piano la gravità dell'accaduto, considerando che si tratta del quarto attacco in soli sedici giorni contro basi in Medio Oriente dove sono schierati i nostri militari.
La dinamica dell'attacco e il valore strategico del mezzo distrutto
L'ordigno, lanciato dai Pasdaran, ha centrato in pieno lo shelter, ovvero il capannone protettivo che ospitava il drone, il quale era parte integrante della Task Force Air italiana e risultava “indispensabile per lo svolgimento delle attività operative”, come ha tenuto a sottolineare il Capo di Stato Maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, in una nota ufficiale. Questo specifico modello di aeromobile, il Predator B, non è un semplice velivolo, bensì un sistema complesso e avanzato per missioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR), che lo rendeva un assetto chiave per la raccolta di informazioni a supporto della coalizione anti-Isis, la cui mancanza peserà ora sull'efficacia complessiva delle operazioni.
La risposta diplomatica di Teheran e l'allargamento del conflitto
Nelle stesse ore in cui le fiamme divoravano il drone italiano, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, nel corso di un colloquio telefonico con il collega francese Jean-Noel Barrot, ha lanciato un avvertimento chiaro a tutte le nazioni, chiedendo loro di “astenersi da qualsiasi azione che possa portare a un'escalation e a un'estensione del conflitto”. La richiesta, che suona paradossale alla luce dei fatti appena accaduti, arriva all'indomani dell'appello del presidente americano Donald Trump, il quale aveva sollecitato paesi come Cina, Giappone e Regno Unito a inviare navi militari nello Stretto di Hormuz per garantire la sicurezza del traffico marittimo, una proposta che ha ricevuto risposte guardinghe e interlocutorie da parte degli alleati. Nel frattempo, il clima si surriscalda ulteriormente con i Pasdaran che hanno lanciato una vera e propria minaccia di morte contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, promettendo di perseguitarlo “con tutta la forza”.
Le missioni italiane in bilico tra prudenza e continuità operativa
Nonostante la furia degli attacchi e la perdita di mezzi così significativi, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha voluto rassicurare sulla tenuta del dispositivo, precisando che “la perdita del velivolo non ha alcun riflesso sulla sicurezza dei nostri militari schierati nell’area” e che, anzi, già da giorni il personale era stato ridotto all’osso per limitare i rischi, lasciando nella base soltanto quello essenziale. La scelta di mantenere un contingente, seppur ridotto rispetto ai 321 effettivi pre-crisi, ad Ali Al Salem, così come in Iraq, testimonia la volontà di non interrompere le operazioni della coalizione, ma la sequenza di attacchi — con danni precedenti a infrastrutture logistiche, rifornimenti di carburante e persino a due caccia F2000 — delinea un quadro di minaccia sempre più pervasiva e sistematica nei confronti degli alleati occidentali nella regione.




