La base kuwaitiana di Ali Al Salem nuovamente nel mirino, distrutto un drone italiano MQ-9A Predator

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tensione in Medio Oriente non accenna a diminuire, e il teatro kuwaitiano, con la sua importanza strategica, ne è diventato purtroppo uno degli epicentri. Nella mattinata di domenica 15 marzo, la base aerea di Ali Al Salem, situata a poca distanza dai confini con l’Iraq e l’Iran, è stata bersaglio di un nuovo attacco con ordigni teleguidati, il quarto nel giro di due settimane ai danni di infrastrutture dove è presente personale italiano. A farne le spese, questa volta, è stato un velivolo a pilotaggio remoto dell’Aeronautica Militare, un MQ-9A Predator, meglio noto come Reaper, del valore stimato di circa trenta milioni di dollari. Il drone, parte del contingente della Task Force Air impiegato nell'ambito dell'operazione Inherent Resolve – la coalizione a guida statunitense nata per supportare il governo iracheno nella lotta contro quanto resta del sedicente Stato Islamico – è stato centrato all'interno del suo shelter, lo hangar protetto dove era ricoverato, andando completamente distrutto.

Fondamentale, e lo si deve sottolineare con sollievo, è che non ci siano state conseguenze per il personale italiano presente in base. Come confermato dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, in una dichiarazione diffusa nella giornata di domenica, tutti i militari erano al sicuro nei bunker al momento dell'impatto e non sono rimasti coinvolti nell'esplosione. Il generale ha prontamente informato il ministro della Difesa Guido Crosetto, mantenendo un costante monitoraggio della situazione attraverso il Comando Operativo di Vertice Interforze. Il contingente italiano, va ricordato, era già stato ridotto nei giorni precedenti – si contava una presenza iniziale di oltre trecento unità, scesa a ottantadue e ora, secondo alcune fonti, ulteriormente assottigliata per ragioni di sicurezza, con solo cinque militari del 51esimo Stormo ancora operativi ad Ali Al Salem. Una precauzione necessaria, visto che il velivolo distrutto, considerato un assetto indispensabile per la continuità operativa della missione, era stato volutamente lasciato schierato per garantire attività di sorveglianza e ricognizione a supporto delle forze di terra in Iraq.

Uno scenario di fuoco sempre più complesso

L'attacco di domenica non rappresenta un episodio isolato, bensì l'ennesimo tassello di una spirale ostile che ha preso piede dopo l'inizio dell'offensiva israelo-americana contro l'Iran, iniziata lo scorso 28 febbraio. Ali Al Salem, che ospita capacità e personale sia statunitensi che italiani, era già stata colpita all'inizio di marzo: prima con danni limitati ad alcune infrastrutture, poi con un incendio che aveva danneggiato due caccia Eurofighter italiani, e successivamente con un altro raid andato a segno contro le riserve di carburante. Parallelamente, altre basi nella regione dove sono presenti reparti italiani, come quella di Erbil, in Iraq, erano finite sotto attacco nella settimana precedente. In questo quadro di fuoco incrociato, il governo italiano, attraverso le parole della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha ribadito un atteggiamento di “monitoraggio e attenzione” nei confronti dei militari schierati, confermando la bontà della scelta di ridurre la presenza in loco ma senza rinunciare al principio di solidarietà verso i partner del Golfo, definiti strategici.

La perdita del Reaper è un colpo significativo per le capacità di intelligence, sorveglianza e ricognizione italiane nel teatro. Si tratta di un mezzo sofisticato, un'evoluzione del MQ-1 Predator, entrato in servizio nell'Aeronautica Militare e capace di missioni che possono durare oltre ventisette ore, volando ad altissime quote e trasportando un carico bellico paragonabile a quello di un elicottero d'attacco. Con questo episodio, l'Italia vede ridursi la propria flotta di questi droni: ne possedeva originariamente sei, acquistati nel lontano 2008, ma uno era già stato perso in un incidente in Libia nel 2019, lasciando presupporre che ora ne restino in organico solo quattro. L'attenzione, a questo punto, resta tutta sulla sicurezza dei militari ancora presenti e sull'evolversi di una crisi che, come dimostra anche la distruzione, rivendicata da Israele, dell'aereo di Stato utilizzato dalla leadership iraniana all'aeroporto di Mehrabad, a Teheran, non conosce tregua.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.