Guerra in Iran, distrutto un drone italiano alla base Ali al Salem in Kuwait: la Nato alza la guardia
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Redazione Esteri
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L’escalation militare in Medio Oriente ha registrato un nuovo, significativo aggravamento con un attacco diretto a infrastrutture che ospitano personale e mezzi italiani. Nella base aerea di Ali al Salem, in Kuwait, un drone lanciato dalle forze iraniane ha centrato in pieno uno shelter, un ricovero blindato, all’interno del quale era parcheggiato un MQ-9A Predator, meglio noto come Reaper, appartenente alla Task Force Air dell’Aeronautica Militare. Il velivolo, un assetto dal valore stimato intorno ai trenta milioni di euro, è andato completamente distrutto, anche se, come hanno tenuto a sottolineare fonti dello Stato Maggiore della Difesa, tutto il personale italiano presente nella struttura si trovava in condizioni di sicurezza e non ha riportato conseguenze fisiche.
L’episodio, verificatosi a distanza di pochissimi giorni da analoghe azioni ostili che avevano già preso di mira la stessa installazione militare – causando danni a due Eurofighter e ad infrastrutture logistiche – non rappresenta un caso isolato, bensì il segnale di una strategia ben precisa. Il presidente del Comitato militare della Nato, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, ha seguito personalmente l’evolversi della situazione, definendo questi raid alla stregua di “attacchi indiscriminati” che configurano una sfida diretta alla sicurezza dell’intero blocco occidentale. Per questo motivo, e in considerazione del fatto che l’alleanza aveva già dovuto intercettare nei giorni scorsi un missile balistico iraniano diretto verso la Turchia, i vertici militari hanno disposto un innalzamento immediato dei livelli di difesa missilistica, rivolgendo un’attenzione particolare al bacino del Mediterraneo, teatro ritenuto ormai a rischio.
L’attacco al contingente italiano e la risposta istituzionale
La base di Ali al Salem, situata a poche decine di chilometri dai confini con l’Iraq e con l’Iran, ospita da anni un contingente italiano inserito nel contesto della missione Prima Parthica, nata per contrastare la minaccia del sedicente Stato Islamico. La presenza dei nostri militari, ridotta nelle ultime settimane da 321 a soli 82 effettivi proprio per ragioni di sicurezza, non è quindi passata inosservata agli occhi dei pasdaran, che hanno centrato con precisione l’hangar dove era custodito il drone. Il generale Luciano Portolano, capo di Stato Maggiore della Difesa, ha riferito che il velivolo colpito costituiva un mezzo indispensabile per le attività di sorveglianza e scorta ai convogli in Iraq, e che la sua distruzione, sebbene grave, non compromette la continuità operativa della missione, garantita dal personale rimasto.
Sul fronte politico, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha voluto lanciare un messaggio di fermezza, dichiarando che l’Italia non si lascia intimidire e che le missioni continueranno, seppur con la necessaria riduzione della presenza sul terreno per mettere in sicurezza il maggior numero di uomini. Tajani ha però anche voluto sfumare la lettura di un attacco mirato esclusivamente contro i nostri connazionali, ipotizzando piuttosto che si tratti di azioni contro basi internazionali a presenza statunitense, dove il contingente italiano si trova come parte di una coalizione più ampia.
Il ruolo di Israele e l’inasprimento del conflitto
Mentre il contingente italiano subiva questo duro colpo in Kuwait, il sedicesimo giorno di guerra segnava un’ulteriore intensificazione delle operazioni. Le Forze di Difesa israeliane hanno annunciato di avere distrutto, nel corso di un attacco all’aeroporto di Mehrabad a Teheran, un Airbus A340 considerato un vero e proprio “asset strategico” perché utilizzato, in passato, dal leader Ali Khamenei e da altri alti funzionari per i loro spostamenti e per la gestione delle comunicazioni con i paesi dell’Asse. I militari israeliani hanno spiegato che l’eliminazione di questo velivolo serve a degradare le capacità di coordinamento della leadership iraniana e a rallentare i suoi sforzi di riarmo.
A questa azione, si sono sommati raid israeliani su infrastrutture nelle città di Teheran, Shiraz e Tabriz, mentre da parte iraniana continuano i lanci di droni e missili non solo verso Israele, ma anche contro obiettivi statunitensi sparsi tra Golfo e Iraq. Lo stretto di Hormuz rimane un nodo cruciale e irrisolto: il blocco di fatto imposto dagli iraniani al passaggio delle petroliere sta provocando ripercussioni sull’economia globale, spingendo il presidente americano Donald Trump a sollecitare una mobilitazione internazionale per garantire la libertà di navigazione, una richiesta che per ora ha raccolto adesioni tiepide e caute.
Le conseguenze per la difesa europea e il Mediterraneo
L’onda lunga di questi scontri, con i suoi effetti a catena, ha ormai valicato i confini mediorientali per riverberarsi direttamente sulla sicurezza europea. L’ammiraglio Cavo Dragone, nel commentare la rapidità con cui la Nato ha saputo rispondere alla minaccia missilistica verso la Turchia, ha sottolineato come l’alleanza sia ben posizionata per difendere le popolazioni, ma abbia al contempo la “fondamentale necessità” di mantenere la rotta e accelerare sugli investimenti comuni. Il riferimento, in questo contesto, è alla base industriale della difesa e alla necessità di sviluppare sistemi sempre più efficaci, soprattutto in funzione anti-drone, una minaccia che ha mostrato tutta la sua pericolosità proprio con l’attacco alla base kuwaitiana.
Parallelamente, l’Italia sta spingendo per un’accelerazione sulla difesa comune europea. La consapevolezza che nessun paese membro, da solo, possa fronteggiare uno scenario così complesso ha portato a iniziative concrete nel Mediterraneo orientale, dove una flotta multinazionale – con la fregata italiana Federico Martinengo, unità francesi, greche e spagnole – è stata schierata a difesa di Cipro, considerato ormai un avamposto vulnerabile e un crocevia logistico fondamentale per eventuali evacuazioni. L’invio di mezzi militari nell’area, coordinato a livello europeo, rappresenta una risposta operativa a quella che viene percepita come una minaccia asimmetrica e persistente, capace di colpire interessi e alleati in modo diffuso e imprevedibile, come dimostra la distruzione del Reaper italiano in Kuwait.




