L’attacco dei pasdaran alla base kuwaitiana di Ali Al Salem, distrutto un drone italiano Predator del valore di trenta milioni di euro

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’ennesimo attacco condotto dai pasdaran, il dei Guardiani della Rivoluzione Islamica, ha centrato in pieno la base aerea di Ali Al Salem, in Kuwait, un’installazione che ospita, tra gli altri, un contingente della Task Force Air dell’Aeronautica Militare italiana. Nell’impatto, avvenuto nella mattinata di domenica 15 marzo secondo quanto ricostruito dallo Stato Maggiore della Difesa, un velivolo a pilotaggio remoto MQ-9A, più noto come Predator o Reaper, è stato completamente distrutto mentre si trovava all’interno di uno shelter: un colpo preciso, che ha ridotto in cenere un mezzo dal valore stimato intorno ai trenta milioni di euro e che, come ha tenuto a sottolineare il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, era considerato “indispensabile” per garantire la continuità delle attività operative nella regione.

Fortunatamente, e non è un dettaglio da poco viste le premesse, non si registrano feriti tra i militari italiani: al momento del raid, il personale – già ridotto nelle settimane scorse da trecentoventuno a ottantadue unità per ragioni prudenziali legate all’escalation – si trovava al sicuro nei bunker, lontano dall’impatto diretto. Non è la prima volta che la base di Ali Al Salem viene presa di mira: già nella prima settimana di marzo si erano verificati due attacchi, che avevano causato danni limitati ad alcune infrastrutture e, in un caso, schegge avevano danneggiato due caccia Eurofighter, mentre l’11 marzo un altro raid aveva colpito la base di Erbil, in Iraq. Quest’ultimo attacco, però, ha una portata diversa, perché dimostra non solo la capacità di penetrare le difese, ma anche una precisa volontà di infliggere un danno economico e strategico all’Italia, il cui contingente, va ricordato, è schierato in Kuwait dal 2014 nell’ambito dell’operazione Prima Parthica.

La reazione del governo e l’analisi dell’intelligence: un’intimidazione calcolata

La lettura che gli ambienti politici e militari danno di quanto accaduto è univoca, se si escludono le cautele del caso. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, intervenuto a più riprese, ha parlato di un attacco che non avrebbe preso di mira specificamente gli italiani “in quanto tali”, ma piuttosto una base internazionale dove sono presenti anche statunitensi, e che quindi rientrerebbe nella più ampia strategia di Teheran volta a colpire gli interessi occidentali nella regione. Una lettura, questa, che trova riscontro anche nelle dichiarazioni del ministro della Difesa, Guido Crosetto, il quale ha cercato di smorzare i toni sull’allarme sicurezza, affermando che la perdita del velivolo non avrebbe riflessi diretti sull’incolumità dei militari, proprio grazie alla riduzione del contingente e alle misure di protezione già adottate.

Eppure, al di là delle rassicurazioni pubbliche, l’analisi degli 007 e degli strateghi militari, tra cui l’ex capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Camporini, e l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della Nato, delinea uno scenario più complesso e preoccupante. L’attacco, secondo questa chiave di lettura, andrebbe interpretato come una chiara intimidazione: un messaggio diretto all’Italia e agli altri Paesi europei perché desistano da qualsiasi ipotesi di intervento a fianco di Stati Uniti e Israele. Teheran, in altre parole, non vuole alcuna presenza straniera sul teatro bellico, e la distruzione del drone – uno strumento fondamentale per la sorveglianza e la scorta ai convogli in Iraq – è il modo più diretto per ricordarlo. Cavo Dragone, che segue con la massima attenzione l’evolversi della situazione, ha definito questi raid come “attacchi indiscriminati” che mettono alla prova la tenuta dell’Alleanza Atlantica e la sicurezza delle democrazie occidentali, portando la Nato a innalzare i livelli di difesa missilistica, con una attenzione particolare al fianco meridionale, e cioè al Mediterraneo.

Le conseguenze operative e il nodo della difesa anti-drone

L’episodio di Ali Al Salem ripropone con urgenza la questione, tutt’altro che risolta, della protezione delle basi militari in teatri operativi avanzati dalla minaccia rappresentata da droni e missili, spesso a basso costo ma dal potenziale distruttivo elevato. Il fatto che un velivolo così sofisticato e costoso sia stato centrato all’interno di un hangar, e non in volo, pone interrogativi sulla capacità di intercettare questi ordigni in tempo reale, soprattutto quando le difese – come spesso accade – sono tarate su minacce aeree più tradizionali. Non è un caso che proprio l’Italia, insieme a Francia, Germania, Polonia e Regno Unito nell’ambito del gruppo E5, stia spingendo per un’accelerazione sulla difesa comune europea e sulla sicurezza anti-droni, come dimostrato dalla dichiarazione congiunta siglata nelle scorse settimane a Varsavia per sviluppare tecnologie anti-drone a basso costo.

L’obiettivo, come ha avuto modo di spiegare il sottosegretario alla Difesa, Isabella Rauti, è quello di affrontare la vulnerabilità comune a queste nuove minacce con una risposta collettiva, proattiva e coordinata, che possa integrare e non sostituire lo scudo Nato. Il generale Portolano, nel confermare che il personale rimasto ad Ali Al Salem è impiegato solo per le attività essenziali della missione, ha fatto intendere che si valuteranno ulteriori rimodulazioni del contingente, proprio alla luce di questa nuova e pericolosa abitudine iraniana di colpire le retrovie. Nel frattempo, lo stallo nello Stretto di Hormuz, dove gli iraniani continuano a ostacolare il passaggio delle petroliere, e le sollecitazioni del presidente americano Donald Trump a una mobilitazione internazionale per garantire la libertà di navigazione, aggiungono ulteriori elementi di tensione a un quadro già di per sé incandescente, senza che al momento si intravedano soluzioni diplomatiche in grado di allentare la morsa.

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