L'attacco all'Iran del 16 marzo e il conto salato per l'Italia: distrutto un drone Reaper da 30 milioni

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Finisce ancora una volta nel mirino dei droni iraniani la base kuwaitiana di Ali Al Salem, struttura che ospita il contingente militare italiano e che, nelle ultime due settimane, era già stata bersaglio di tre incursioni. L'ultimo attacco, verificatosi nella giornata di domenica 15 marzo e rivendicato da Teheran, ha centrato in pieno uno degli shelter – quelli che poi sono i veri e propri hangar corazzati dove i velivoli trovano riparo – mandando completamente distrutto un drone dell'Aeronautica militare italiana, un MQ-9 Reaper, quello che gli esperti del settore chiamano ormai "il dinosauro" per via della sua architettura progettuale risalente ai primi anni Duemila.

Per fortuna, e va sottolineato con il dovuto rispetto per la vita dei soldati, l'allarme ha funzionato e i nostri militari, il cui numero era già stato drasticamente ridotto nelle settimane precedenti proprio per prevenire conseguenze peggiori, erano al riparo nei bunker. Il capo di Stato Maggiore della Difesa, Luciano Portolano, ha confermato di aver immediatamente contattato il colonnello Mangini per sincerarsi delle condizioni del personale, personale che, sebbene scampato al pericolo fisico, si trova ora privato di quello che Portolano stesso ha definito "un assetto indispensabile per le attività operative". L'MQ-9 colpito, infatti, non era un semplice pezzo di ricambio, ma lo strumento principale che garantiva la copertura e la sicurezza dei movimenti delle nostre truppe impegnate contro l'Isis, un occhio elettronico dal valore che oscilla, a seconda delle fonti e degli allestimenti, tra i 30 e i 34 milioni di dollari, e che ora non c'è più.

Il valore strategico del "Predator" e la vulnerabilità della base

L'analisi dell'attacco non può limitarsi alla mera conta dei danni economici, per quanto questi siano ingenti. Quel drone, un Predator B che può raggiungere i 480 chilometri orari con un'apertura alare di venti metri e un'autonomia di volo di quasi trenta ore, rappresentava per l'Aeronautica una capacità insostituibile in quel quadrante operativo. Progettato per operare in contesti ad alta intensità dove l'aviazione civile non entra, il Reaper era stato mantenuto in Kuwait, nonostante il progressivo sfoltimento del contingente, proprio per non lasciare scoperta la missione. E qui viene il nodo. Come ha spiegato Pietro Batacchi, direttore di Rivista italiana difesa, la base di Ali Al Salem si trova geograficamente in una posizione estremamente esposta: vicinissima all'Iran, nel raggio d'azione dei droni "Shahed" di Teheran e dei missili a corto raggio dei Pasdaran. Una vulnerabilità nota, quella della base, che la rende un bersaglio ripetuto nonostante le difese.

L'ultimatum di Trump alla Nato e la distruzione dell'aereo di Khamenei

Mentre in Kuwait si contavano i danni, il quadro regionale si infiammava ulteriormente su altri due fronti caldissimi. Da una parte, l'esercito israeliano (Idf) ha diffuso una nota nella quale rivendica di avere distrutto, nell'ambito di un attacco all'aeroporto di Mehrabad di Teheran, l'aereo di Stato utilizzato da Ali Khamenei, leader dell'Iran. Un colpo altamente simbolico e operativo, spiegano dall'Idf, perché quel velivolo veniva impiegato dal regime per gestire le comunicazioni con i paesi dell'Asse e per facilitare acquisti militari, sia da parte dei vertici che da elementi delle forze armate. Dall'altra, e qui la politica internazionale incrocia la cronaca di guerra, il presidente americano Donald Trump ha rilanciato la pressione sugli alleati Nato con un vero e proprio ultimatum, pubblicato dal Financial Times: o i paesi membri contribuiscono concretamente a garantire la sicurezza nello Stretto di Hormuz, blocco marittimo vitale per i rifornimenti energetici mondiali, o il futuro dell'Alleanza Atlantica sarà "molto brutto". Un avvertimento diretto, in particolare, a quei paesi che secondo Washington beneficiano della protezione americana senza poi partecipare allo sforzo bellico.

Un confronto asimmetrico e costoso

La cronaca di queste ore mette in luce una disparità che non può passare inosservata. Il drone che ha distrutto il nostro Reaper, un velivolo dal costo di decine di milioni di euro, è uno "Shahed" iraniano, un mezzo che si dice possa essere prodotto con una spesa inferiore ai 200 mila dollari. Una differenza abissale che racconta la natura della guerra asimmetrica che si combatte in Medio Oriente. Gli italiani in Kuwait, che ora dovranno fare a meno di quello strumento, restano sul posto, come ha tenuto a precisare il ministro Crosetto, con un contingente ridotto all'osso ma presente. E presente, seppur in un altro scenario critico come il Libano, dove Unifil ha segnalato colpi d'arma da fuoco sparati da gruppi armati non statali durante pattugliamenti, senza che, anche in questo caso, fossero coinvolti caschi blu italiani. Il cerchio, insomma, si stringe attorno a Teheran da una parte, ma gli artigli della risposta iraniana continuano a graffiare obiettivi sensibili, colpendo basi e interessi occidentali con una precisione che dice molto del livello di intelligence in campo.

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