Guerra in Iran, il conto salato dell’Europa e l’incasso record di Mosca

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il blocco dello Stretto di Hormuz, in vigore dal 28 febbraio scorso e conseguenza diretta dell’attacco israelo-americano, non sta soltanto facendo impennare il prezzo delle materie prime, ma sta ridisegnando gli equilibri energetici globali a tutto vantaggio di Mosca. Mentre l’economia mondiale trema, di fatto, la Russia incassa. A documentarlo è l’ultimo studio del Kyiv School of Economics, presentato in queste settimane: prima dell’escalation in Iran, le entrate russe da gas e petrolio erano scese sotto i 10 miliardi di dollari; dopo sei settimane di conflitto, la forbice si è capovolta in modo drammatico. Stando alle proiezioni, Mosca avrebbe già guadagnato 84 miliardi di dollari in più dall’export di fossili rispetto alle stime di inizio anno, un dato destinato purtroppo a lievitare se il conflitto dovesse protrarsi. È la geopolitica del profitto, insomma, quella che trasforma la paura in gettito fiscale per il Cremlino.

Il paradosso delle sanzioni e il mercato della paura

Questa impennata delle entrate russe – che nello scenario peggiore, ipotizzato dagli analisti del KSE Institute, potrebbero raggiungere i 250 miliardi addizionali entro settembre – trova una spiegazione cinica nell’attuale volatilità dei mercati. Traders e fondi hedge, descritti da testimoni del settore come “impreparati” alla guerra lampo, si trovano ora a gestire una crisi logistica 17 volte più impattante della semplice interruzione delle forniture energetiche dalla Russia del 2022. Il prezzo del Brent, schizzato verso i 105 dollari al barile, ha avvantaggiato paradossalmente Mosca: con le sanzioni occidentali ancora in piedi ma aggirabili grazie a commerci paralleli, la Russia vende il suo petrolio a un prezzo più alto, approfittando delle esenzioni temporanee concesse dall’amministrazione americana su alcuni caricchi. La guerra, insomma, ha rotto gli argini della logica di mercato: non conta più quanto costi estrarre il barile, ma quanto il mondo sia disposto a pagare per non restare a secco.

L’asse industriale europeo insorge contro le tasse sugli extra-profitti

Mentre il Cremlino celebra questi introiti da capogiro, in Europa la reazione è affidata a un fronte insospettabile: quello delle imprese del carburante. L’UNEM – l’Unione energie per la mobilità che rappresenta i giganti della raffinazione italiana – ha respinto al mittente la richiesta, avanzata da alcuni Stati membri come l’Italia e la Germania, di reintrodurre un prelievo straordinario sugli extra-profitti. In una lettera indirizzata alle istituzioni UE tramite FuelsEurope, le aziende avvertono che nuove tasse, lungi dal calmierare i prezzi, renderebbero l’Europa ancora più vulnerabile agli shock dell’offerta. “In un contesto in cui servono investimenti e stabilità – ha osservato il presidente Gianni Murano – questi interventi generano incertezza e aumentano la dipendenza dalle importazioni”. Un messaggio chiaro, insomma, diretto a Bruxelles che, con il piano “AccelerateEU”, chiede invece maggiore coordinamento e mappatura delle raffinerie per evitare il collasso.

I signori della guerra e il computer di una domenica d’aprile

Al computer, nel soleggiato pomeriggio di una domenica d’aprile, mentre giungono voci di bimbi felici sul prato e l’occhio resta attento alle notizie che torneranno a rincorrersi nel frenetico risveglio dell’America, viene spontaneo porsi una domanda. Perché continuare a subire la guerra decisa da chi la vive giocando a golf, come il presidente Trump (ormai alla Casa Bianca da più di un anno), oppure da chi la considera una condizione accettabile per il proprio popolo, come Netanyahu, dato che dispone di un “iron dom” che protegge il cielo israeliano? Il commento della giornalista Carmen Lasorella – “I signori della guerra, più il mondo è instabile più miliardi incassano” – fotografa un sistema dove i trader, armati di linee di credito miliardarie, si preparano a una lunga guerra in Medio Oriente. Le principali società di trading indipendenti, hanno riorganizzato le loro attività proprio per trarre profitto dall’incertezza: pagano meno i rischi della guerra e molto di più la certezza di continue interruzioni dei flussi. Una scommessa sporca, certo, ma estremamente redditizia.

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