Il successore dell’ayatollah e la pioggia di bombe: Mojtaba Khamenei alla guida dell’Iran mentre la guerra divampa

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La notizia, filtrata attraverso i canali israeliani e rilanciata da Ynet News, parla di una successione lampo: Mojtaba Khamenei, secondogenito della Guida Suprema uccisa negli attacchi di sabato, sarebbe stato designato come nuovo leader dell’Iran. Ad eleggerlo, stando a quanto riportato, sarebbe stata l’Assemblea degli Esperti, l’organo clericale incaricato di scegliere il successore dell’ayatollah, riunitasi in sessioni straordinarie mentre le bombe continuavano a cadere su Teheran. Fonti vicine ai pasdaran, citate dalla stampa estera, suggeriscono che il ruolo delle Guardie Rivoluzionarie sarebbe stato determinante nel spingere per una transizione rapida e interna alla famiglia Khamenei, nominando così un uomo di soli 56 anni che, a differenza del padre, non ha mai ricoperto formalmente il Titolo di ayatollah ma che da anni gestiva di fatto gli uffici della Guida, intrecciando legami profondi con l’apparato di sicurezza e con la potente Quds Force. Il regime, dal canto suo, mantiene un silenzio ufficiale sulla successione, alimentando un alone di ambiguità che contrasta con la ferocia del conflitto in corso; il consolato iraniano a Mumbai ha anzi smentito seccamente le voci, definendole prive di fonti ufficiali e riconducibili alla macchina propagandistica nemica.

Cinquantamila soldati e un’operazione senza precedenti

Sul piano militare, la macchina da guerra statunitense ha ingranato la marcia più alta. Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha reso noto che l’organico destinato all’offensiva contro l’Iran ammonta già a cinquantamila unità, con rinforzi in arrivo per quella che viene definita un’operazione di portata storica. L’ammiraglio Brad Cooper, alla guida del Centcom, ha paragonato l’intensità dei primi attacchi a quella della campagna “Shock and awe” del 2003 in Iraq, sottolineando come il numero di raid sia stato quasi il doppio rispetto a ventitré anni fa. Gli obiettivi dichiarati – ha proseguito Cooper – vengono centrati con regolarità, le difese aeree iraniane risultano in gran parte neutralizzate e la flotta di Teheran, dopo l’affondamento di diciassette unità navali, non avrebbe più mezzi operativi per controllare le acque dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il transito del petrolio globale.

Mentre i caccia bombardano infrastrutture strategiche e siti missilistici, il fronte diplomatico regionale si attiva per contenere le ricadute della crisi. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il consigliere per la Sicurezza nazionale iracheno Qasim al-Araji hanno avuto un colloquio telefonico incentrato sulla necessità di rafforzare la cooperazione per la sicurezza dei confini comuni. Un confronto, questo, che evidenzia la preoccupazione di Baghdad per un eventuale spillover del conflitto, mentre la Mezzaluna Fertile torna a tremare sotto le incursioni israeliane. L’Idf ha allargato il raggio dei propri attacchi al Libano, colpendo un edificio residenziale di quattro piani a Baalbek, roccaforte di Hezbollah nell’est del paese, e provocando vittime civili. La scelta dei bersagli, come nel caso del quartiere prevalentemente cristiano di Hazmieh alla periferia di Beirut, suggerisce un allargamento del raggio d’azione israeliano oltre le tradizionali roccaforti del partito di Dio.

La guerra del Ramadan e la risposta di Hezbollah

La televisione di Stato iraniana ha iniziato a definire il conflitto in corso come “la guerra del Ramadan”, un appellativo dal forte valore simbolico e religioso che richiama la guerra del 1973 contro Israele e che serve a incanalare il sentimento popolare e a legittimare la risposta militare agli occhi del mondo musulmano. Hezbollah, dal canto suo, ha rivendicato il lancio di razzi e droni verso il nord di Israele, in particolare contro la base navale di Haifa, come atto di vendetta per il sangue versato del leader iraniano. Una rappresaglia che ha innescato una nuova ondata di allarmi nelle città israeliane, con i cittadini costretti a correre nei rifugi mentre le sirene ululavano e le intercettazioni missilistiche squarciavano il cielo. La risposta di Teheran, per voce di un consigliere dello stesso Khamenei, è stata netta nel ribadire la linea della fermezza: non si negozia con gli Stati Uniti, non ora che il fuoco nemico ha decapitato il vertice della Rivoluzione islamica.

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