Ex Ilva, i legali dei Genitori Tarantini alla Cassazione: «La salute prevale sulla produzione»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A pochi giorni dall'udienza fissata per il 20 ottobre davanti alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, i legali degli 11 cittadini dell'associazione Genitori Tarantini hanno depositato un secondo controricorso per ribadire che la tutela della salute e dell'ambiente deve prevalere sulle esigenze produttive e occupazionali dello stabilimento siderurgico di Taranto.

Nel documento, gli avvocati Maurizio Rizzo Striano e Ascanio Amenduni chiedono il rigetto integrale delle impugnazioni presentate da Ilva in amministrazione straordinaria e da Acciaierie d'Italia, sostenendo che la prosecuzione dell'attività dell'area a caldo espone la popolazione a un pericolo grave, imminente e irreparabile.

Il braccio di ferro giudiziario sullo stabilimento

La vicenda giudiziaria si snoda attorno al decreto emesso il 27 luglio 2026 dalla Corte d'Appello di Milano, che ha ordinato la sospensione dell'attività produttiva dell'area a caldo entro 90 giorni, termine ultimo fissato al 25 ottobre. I giudici milanesi hanno motivato la decisione con la presenza di circa 2.000 tonnellate di amianto nei cowper degli altiforni e con l'assenza di limiti vincolanti per le emissioni di polveri sottili PM10 e PM2,5.

Il provvedimento è stato oggetto di due richieste di sospensiva da parte della società, entrambe respinte: la prima l'11 settembre, la seconda il 5 ottobre, quando la Corte d'Appello ha negato la possibilità di mantenere i forni in riscaldo fino alla pronuncia della Cassazione.

Nel frattempo, Acciaierie d'Italia ha disposto la fermata temporanea degli impianti, definendola una conseguenza inevitabile dei vincoli giudiziari e delle condizioni operative. La società ha spiegato che le prescrizioni imposte non erano realizzabili nei tempi concessi e che gli ordini di materie prime, se non utilizzabili entro il termine dei 90 giorni, sarebbero rimasti in magazzino senza possibilità di lavorazione.

Lo stop non riguarda soltanto Taranto: gli stabilimenti di Novi Ligure e Genova, privi di un'area a caldo autonoma, dipendono dall'approvvigionamento di acciaio dall'area pugliese e si fermeranno a valle.

La posizione della Procura generale

Sul fronte opposto, la Procura generale della Cassazione ha depositato una requisitoria scritta in cui chiede di accogliere parzialmente le impugnazioni delle società, in particolare per quanto riguarda la rimozione dell'amianto dagli altiforni. Secondo il magistrato, la normativa non introduce un obbligo autonomo di rimozione integrale e indiscriminata di tutti i manufatti contenenti amianto entro il 23 agosto 2023, a prescindere dalle categorie di intervento e dallo stato di conservazione dei materiali.

La Corte d'Appello avrebbe applicato una regola che la norma non contiene, facendo venire meno il presupposto delle proroghe contestate.

Per quanto concerne le polveri sottili e i presunti rischi sanitari, la Procura Generale rileva che l'obbligo di sospensione presuppone pericoli gravi e rilevanti per l'ambiente e la salute umana, mentre i giudici milanesi li avrebbero desunti da dati epidemiologici relativi a periodi ampiamente pregressi, dalla mera esistenza di prescrizioni di monitoraggio e da uno scenario produttivo non attuale, senza confrontarsi con lo studio di Valutazione di impatto sanitario redatto successivamente a tutti i rapporti di Valutazione danno sanitario presi in considerazione.

Il richiamo al principio di precauzione, aggiunge il magistrato, non consente di sostituire ai parametri stabiliti dalla legge valori diversi e indeterminati.

Le ragioni dei cittadini ricorrenti

I legali dei Genitori Tarantini contestano l'impostazione delle aziende e ribadiscono la correttezza del blocco dell'area a caldo. Nel controricorso si legge che l'esigenza del Paese di non dipendere da economie terze non può avere licenza di uccidere, cioè di mietere vittime nella popolazione a causa delle emissioni tossiche, senza alcuna preoccupazione per la salute dei residenti.

Con riferimento alla presenza dell'amianto residuo negli impianti, i difensori evidenziano che il rischio è tutt'altro che presunto e citano l'incidente del 7 maggio 2025, quando è esplosa una tubiera coibentata in amianto con diffuse emissioni di materiale incandescente, polveri e gas. L'amianto, sostengono, non è stato rimosso ed è presente in strutture usurate, soggette a vibrazioni e dilatazioni termiche.

La vicenda affonda le radici in una storia giudiziaria e ambientale che dura da decenni. L'area di Taranto è stata dichiarata ad elevato rischio di crisi ambientale con una deliberazione del Consiglio dei ministri del 30 novembre 1990. Nel 2012 una perizia chimica ed epidemiologica disposta dal GIP Patrizia Todisco aprì la strada per la successiva verifica di un'ipotesi di disastro ambientale, a fronte di un eccesso di mortalità nella città.

La sentenza del processo Ambiente svenduto si è conclusa con la condanna, tra gli altri, di Fabio Riva a 22 anni e Nicola Riva a 20 anni di reclusione, oltre alla confisca degli impianti e a quella per equivalente dell'illecito profitto nei confronti delle società del gruppo per una somma di 2,1 miliardi di euro.

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