L’allarme dei sindacati sull’ex Ilva: «Senza produzione niente decarbonizzazione»
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Redazione Interno
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La crisi dell’ex Ilva di Taranto, ormai al limite del collasso, si aggrava giorno dopo giorno, mentre i sindacati lanciano un appello chiaro: «Se non si garantisce la continuità produttiva, ogni discorso sulla decarbonizzazione sarà inutile». Lo stabilimento pugliese, che negli ultimi mesi ha visto ridursi al minimo la sua attività, non è mai stato così vicino alla chiusura definitiva. L’arresto dell’Altoforno 1 dopo l’incidente del 7 maggio, la mancata ripartenza dell’Afo2 e i problemi tecnici all’Afo4 – eredità della gestione di Lucia Morselli – hanno lasciato l’acciaieria in uno stato di paralisi quasi totale.
Intanto, il governo è chiamato a intervenire con urgenza. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha coinvolto persino l’arcivescovo di Genova, Marco Tasca, e il vescovo di Tortona, Guido Marini, i quali in un comunicato congiunto hanno chiesto «un intervento risoluto dello Stato» per garantire un piano industriale credibile e un reale programma di riconversione energetica. Un segnale che dimostra quanto la questione abbia ormai travalicato i confini della semplice crisi aziendale, diventando un tema di interesse nazionale.
Nei prossimi giorni si giocherà una partita decisiva. Oggi, lunedì 7 luglio, i sindacati incontreranno Urso e il ministro del Lavoro, Marina Calderone, mentre domani è prevista una maratona istituzionale con tutte le amministrazioni coinvolte. Intanto, i 4mila lavoratori dello stabilimento attendono risposte concrete, dopo che l’iniezione di 200 milioni da parte dello Stato, avvenuta lo scorso mese, non è bastata a sbloccare la situazione. Le trattative con la società Baku Steel, indicata come potenziale acquirente, procedono a fatica, complicando ulteriormente il quadro.




