Trump riscrive gli equilibri, tra un G7 in bilico e l'ombra di un nuovo C5

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il secondo mandato di Donald Trump sta imponendo una rilettura radicale degli assetti geopolitici globali, come emerge dalla Strategia di Sicurezza Nazionale resa pubblica dalla Casa Bianca, un documento di trentatré pagine che delinea una svolta isolazionista e pragmatica. Sebbene il testo ufficiale accentri la sua attenzione sull'Europa, fonti interne riferiscono dell'esistenza di una bozza più estesa e classificata, che contempla ipotesi ancor più dirompenti per le alleanze tradizionali. Secondo quanto trapelato, infatti, l'amministrazione americana valuterebbe l'idea di superare forum consolidati come il G7, favorendo invece la creazione di un nuovo formato – denominato C5 o C7 – che rispecchierebbe una diversa gerarchia di potenza e influenza a livello mondiale.

L'asse strategico alternativo: Ue, Regno Unito e Israele

In questo scenario di ridefinizione, gli Stati Uniti sembrano esortare, se non pretendere, una maggiore coesione autonoma da parte dei loro storici partner. La direttiva implicita, seppur non esplicitata in termini di comando, è quella di una cooperazione rafforzata – in campo militare, economico e informatico – tra Unione Europea, Regno Unito e Israele, i quali dovrebbero imparare a reagire come un blocco unitario alle sfide internazionali. Una simile richiesta, che arriva mentre Washington dichiara di voler ricalibrare i propri impegni di difesa e di aprirsi a dialoghi con nazioni un tempo considerate avversarie, costringe i paesi europei a misurarsi con una realtà inedita e carica di incognite, nella quale non possono più contare sul pilastro automatico del supporto americano.

Le incertezze del Mediterraneo e il "corollario Trump"

Le ripercussioni di questa nuova dottrina sono particolarmente acute per i paesi del bacino del Mediterraneo, tra cui l'Italia, chiamati a navigare in acque strategiche improvvisamente più agitate. La pubblicazione del documento ha generato una comprensibile inquietudine nelle cancellerie europee, le quali si trovano a interpretare quello che alcuni analisti hanno già ribattezzato un "corollario Trump" alla dottrina Monroe: un principio, cioè, che spingerebbe gli Stati Uniti a occuparsi prioritariamente degli affari domestici, ridimensionando il proprio intervento al di fuori del continente americano. Questa potenziale ritirata, o quantomeno ridistribuzione degli oneri, lascia un vuoto di potere e responsabilità che le capitali europee faticano al momento a colmare, soprattutto mentre devono gestire crisi complesse come quelle in Ucraina e nella Striscia di Gaza.

I numeri del potere che cambia

Al di là delle dichiarazioni ufficiali e delle bozze più o meno segrete, a parlare con eloquenza sono i dati macroeconomici che fotografano un trasferimento progressivo di peso specifico a livello planetario. Dalla svolta del millennio, la quota di Pil mondiale detenuta dagli Stati Uniti è scesa di circa sette punti percentuali, attestandosi poco sopra il ventiquattro per cento. Nel medesimo arco temporale, la Cina ha moltiplicato la propria influenza, passando da una fetta del quattro per cento a oltre il diciotto, mentre l'India – oggi al sette per cento – è destinata a crescere, secondo le proiezioni del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, a ritmi più sostenuti di qualsiasi altra grande economia almeno per il prossimo decennio. Sono queste cifre, inesorabili, a fornire il contesto più veritiero alla volontà statunitense di riscrivere le regole del gioco, cercando nuovi equilibri che corrispondano a una mappa della ricchezza e dell'influenza profondamente mutata.

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