Pd, fantasma patrimoniale: Schlein la ripropone e divide il campo largo
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Redazione Interno
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Ne è passato di tempo dal manifesto con panfilo in primo piano e slogan mutuato e corretto da una telenovela messicana: «Anche i ricchi piangano». Era il 2006, Rifondazione comunista al governo con l’Unione proponeva in quel modo la patrimoniale, ne nacque un vespaio di polemiche (l’allora vicepremier Massimo D’Alema, ricordano gli autori, lo battezzò il manifesto più cretino che avesse mai visto), eppure a distanza di vent’anni quel fantasma torna a bussare alla porta del dibattito pubblico.
Stavolta a rimetterlo in agenda è la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, che rilancia l’idea di una tassazione straordinaria sui grandi patrimoni, forte di un’alleanza sociale con Maurizio Landini, ma deve subito fare i conti con lo scetticismo del principale alleato di coalizione.
L’asse Schlein-Landini e il «no» secco di Conte
L’intesa tra la leader dem e il segretario della Cgil, va detto, sembra solida sul principio: entrambi ritengono che chi possiede di più debba contribuire in misura maggiore, specialmente in un contesto di servizi pubblici sotto pressione. Landini, da parte sua, parla da tempo di un «contributo di solidarietà» che colpirebbe circa mezzo milione di italiani, quelli con ricchezze consistenti, per raccogliere risorse da destinare a sanità e istruzione.
Tuttavia, non appena Schlein ha formalizzato la proposta, il presidente del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, si è affrettato a mettere i puntini sulle “i”, escludendo categoricamente che la patrimoniale possa entrare nel programma del campo largo. L’ex capo del governo, con una mossa che molti interpretano come una virata al centro, ha ribadito la sua contrarietà a questo specifico strumento, preferendo concentrarsi sulla tassazione degli extraprofitti di banche e colossi energetici.
Una frattura, questa, che rischia di minare le fondamenta stesse della coalizione progressista prima ancora che venga scritta la piattaforma elettorale.
La buona scuola di Padoa Schioppa e la resistenza degli alleati
Non è dato sapere se questa insistenza sulla patrimoniale sia un riconoscimento implicito all’ex ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa (quello che, ospite di Lucia Annunziata a "In Mezz'ora", si spinse fino a dire che le tasse sono «una cosa bellissima e civilissima»), fatto sta che la sinistra italiana sembra aver fatto tesoro di quella lezione. Schlein, in un'intervista, ha giustificato la proposta come una necessità europea, spiegando che si tratta di colpire l’1 per cento della popolazione per garantire servizi al restante 99.
Ma la strategia mostra i suoi limiti di fronte alla prudenza dei Cinque Stelle; la deputata Vittoria Baldino, per esempio, ha liquidato la misura definendola «fumo negli occhi», sostenendo che oggi le priorità sono altre, come dare respiro a imprese e famiglie in difficoltà. Anche dall’area centrista, peraltro, non arrivano incoraggiamenti, con esponenti come Matteo Renzi che hanno preso le distanze dall’ipotesi di un aumento della pressione fiscale.
Lo studio Ue che complica i piani
Nel mezzo di questo braccio di ferro politico, arriva anche una doccia fredda da Bruxelles, che rischia di togliere appeal tecnico alla proposta. Un recente e approfondito studio della Commissione Europea, pubblicato nella primavera del 2026, ha infatti messo in luce le criticità strutturali delle imposte patrimoniali.
Il report (intitolato "Wealth taxation, including net wealth, capital and exit taxes") analizza l’efficacia di questi prelievi nei Paesi dove ancora esistono, come Spagna, Norvegia o Svizzera, e ne evidenzia i limiti: spesso la base imponibile è difficile da calcolare, le elusioni sono frequenti e, soprattutto, il gettito effettivo tende a essere molto inferiore rispetto alle roboanti promesse iniziali.
In pratica, la burocrazia necessaria per valutare opere d’arte, partecipazioni societarie non quotate o patrimoni esteri rischia di divorare gran parte delle risorse raccolte, senza contare il rischio concreto di fughe di capitali verso paradisi fiscali più permissivi. Se da un lato il Parlamento Europeo ha simulato scenari di gettito potenziale nell’ordine dei 150 miliardi (sognando un’armonizzazione fiscale), la realtà dell’amministrazione quotidiana, come sottolinea il documento, rende queste cifre più un miraggio che una certezza.
Un campo largo diviso dal ceto medio
La posizione dei Cinque Stelle, va osservato, non è solo tattica ma sostanziale. Conte cerca di costruire un’immagine moderata, capace di attrarre quel ceto medio e quelle piccole imprese che temono di essere trascinati nella rete di una patrimoniale generalizzata. Nonostante Schlein cerchi di circoscrivere la misura ai «miliardari», la memoria storica degli elettori italiani, bruciati in passato da provvedimenti come il condono o da balzelli improvvisi, è lunga.
L’asse con Landini, inoltre, rischia di essere controproducente proprio perché identifica il Pd con le rivendicazioni sindacali più classiche, allontanando quelle fasce sociali che, pur non essendo ricche, hanno paura di perdere i risparmi di una vita. Mentre il centrodestra fa muro e gongola di fronte a queste divisioni, il campo largo scopre tutte le sue fragilità su un tema che avrebbe dovuto essere un collante, trasformandosi invece nel principale grimaldello spacca-coalizione. La patrimoniale, insomma, è già diventata un incidente di percorso, prima ancora di diventare legge.




