Riad stringe l'asse con Ankara e Islamabad: vertice dei capi di Stato maggiore sul patto di difesa
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Redazione Esteri
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I capi di stato maggiore di Arabia Saudita, Turchia e Pakistan si sono riuniti d'urgenza a Riad per discutere l'attuazione operativa del Patto di difesa congiunta di Mecca, l'accordo firmato il 7 agosto che prevede che un attacco contro uno dei tre firmatari venga considerato un attacco contro tutti. La convocazione è arrivata dopo settimane di attacchi missilistici e con droni rivendicati dagli Houthi yemeniti contro obiettivi sauditi, comprese infrastrutture energetiche e civili.
Il vertice dei generali
All'incontro hanno preso parte il generale Selcuk Bayraktaroglu, capo di stato maggiore delle forze armate turche, il generale Fayyadh bin Hamed Al-Ruwaili per l'Arabia Saudita e il feldmaresciallo Asim Munir, comandante delle forze armate pakistane. La riunione era stata preparata il giorno precedente a New York, a margine dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, da un incontro tra i ministri degli Esteri dei tre paesi: il principe Faisal bin Farhan per Riad, Ishaq Dar per Islamabad e Hakan Fidan per Ankara.
Secondo il ministero degli Esteri saudita, i tre ministri hanno discusso le modalità per organizzare il vertice militare e hanno affermato il diritto dell'Arabia Saudita a difendersi ai sensi dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Il comunicato di Riad ha condannato gli attacchi contro la Mecca e le installazioni civili ed economiche del regno.
La versione pakistana dell'incontro, diffusa dal ministro Dar, ha evitato di menzionare gli attacchi degli Houthi, limitandosi a riferire di un confronto sullo stato di avanzamento delle strutture istituzionali previste dall'accordo e sulle questioni di sicurezza regionale. La Turchia, dal canto suo, ha parlato di negoziati tecnici per l'istituzionalizzazione del patto.
L'attacco rivendicato e la risposta saudita
Poche ore dopo il vertice, i Houthi hanno rivendicato il lancio di decine di missili balistici e da crociera e di droni contro obiettivi in Arabia Saudita, inclusa quella che il portavoce militare Yahya Sarea ha definito una "infrastruttura sensibile" nella capitale. Le autorità saudite hanno riferito di aver intercettato sei missili balistici diretti verso Taif e Yanbu, mentre la protezione civile aveva diramato allerte per la Mecca, Gedda, Yanbu e Tabuk, revocate dopo pochi minuti.
Il portavoce della coalizione a guida saudita, Turki al-Maliki, ha dichiarato che le escalation degli Houthi saranno affrontate con fermezza. Non è la prima volta che Riad viene colpita: già nelle settimane precedenti gli Houthi avevano preso di mira la Mecca con un drone, abbattuto dalle difese saudite, e avevano attaccato per la prima volta dopo anni la capitale.
Il contesto del conflitto
Da luglio, dopo il crollo di una tregua durata anni, i Houthi hanno ripreso le ostilità contro il governo yemenita sostenuto da Riad e hanno dichiarato un blocco navale contro le navi saudite nel Mar Rosso. Il gruppo ha compiuto rapidi avanzamenti territoriali lungo la costa occidentale dello Yemen, conquistando il porto strategico di Mocha e ampie porzioni di litorale, rafforzando il proprio controllo sullo stretto di Bab el-Mandeb, passaggio cruciale per le esportazioni petrolifere saudite. Secondo le Nazioni Unite, dall'agosto scorso circa 138.000 persone sono state sfollate in tutto lo Yemen a causa dei combattimenti, tra cui 70.000 bambini.
Sul fronte diplomatico, la Francia ha annunciato l'intenzione di inviare mezzi militari per proteggere il terminal petrolifero di Yanbu, principale punto di export del greggio saudita sul Mar Rosso. Il presidente Emmanuel Macron ha precisato che si tratterà di "soldati, radar e sistemi di difesa" con l'obiettivo dichiarato di proteggere l'infrastruttura, senza partecipare ai combattimenti.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato con la massima fermezza gli attacchi degli Houthi contro l'Arabia Saudita, in una dichiarazione letta dal presidente di turno, l'ambasciatore francese Jerome Bonnafont, che ha citato il ferimento di civili, tra cui donne e bambini.
Le cautele di Ankara e Islamabad
Nonostante il patto di difesa preveda un impegno collettivo, sia la Turchia sia il Pakistan hanno mostrato prudenza riguardo a un coinvolgimento diretto nel conflitto yemenita. Un membro dell'ufficio politico degli Houthi, Mohammed al-Bukhaiti, ha avvertito che Ankara e Islamabad verrebbero accolte con un "pugno di ferro" se entrassero in guerra.
Secondo Tughral Yamin, brigadiere in pensione e analista presso l'Istituto di studi politici di Islamabad, l'invio di truppe sarebbe difficoltoso per il Pakistan, il cui esercito è già impegnato su più fronti, tra le tensioni con l'India e gli scontri di confine con l'Afghanistan. Anche la Turchia, membro della NATO, ha impegni militari lungo il confine siriano e non sembra intenzionata a distogliere forze significative.
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