Banche, l'allarme della First Cisl: "No all'aggregazione tra Crédit Agricole Italia e Banco Bpm"
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Redazione Economia
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Il risiko bancario, che sta ridisegnando con insistenza la geografia del credito in Italia, non accenna a fermarsi, producendo come effetto immediato e tangibile una progressiva rarefazione degli sportelli sul territorio nazionale. Secondo i dati più recenti, diffusi dall’Osservatorio sulla desertificazione bancaria della Fondazione Fiba, struttura di ricerca della First Cisl, nei primi nove mesi del 2025 le banche hanno proceduto a chiudere 268 filiali, un calo dell’1,4 per cento che, sebbene possa apparire numericamente contenuto, segna in realtà un’accelerazione del fenomeno e una sua diffusione in aree già soggette a spopolamento dei servizi essenziali. Una tendenza, questa, che non rappresenta una novità assoluta ma che si inserisce in un processo di lungo periodo, alimentato sia dalla transizione digitale – la quale, pur offrendo canali alternativi, non sempre riesce a soddisfare le esigenze di tutta la clientela – sia da strategie aziendali orientate alla razionalizzazione dei costi e all’ottimizzazione delle reti distributive.
Il caso Crédit Agricole-Banco Bpm e i rischi occupazionali
Proprio in questo contesto, già di per sé caratterizzato da una sensibile contrazione dell’offerta fisica, si innesta la possibile operazione di aggregazione tra Crédit Agricole Italia e Banco Bpm, la quale, qualora dovesse concretizzarsi, darebbe vita al terzo gruppo bancario italiano per numero di sportelli, con un totale di 2.425. La First Cisl, analizzando le potenziali conseguenze di una simile fusione, esprime una netta opposizione, paventando ripercussioni “pesanti” sul piano occupazionale e un’ulteriore, significativa, stretta sulla presenza capillare delle filiali. Il sindacato, nel suo studio, sottolinea come la creazione di entità di tali dimensioni comporti quasi inevitabilmente piani di riorganizzazione che, puntando a eliminare le duplicazioni e a realizzare sinergie, finiscano per mettere nel mirino un numero consistente di sedi, con tutto ciò che ne consegue in termini di minore accessibilità ai servizi finanziari per una fetta della popolazione.
I numeri della desertificazione e le sue implicazioni
La chiusura di 268 sportelli in nove mesi, un dato che non tiene ancora conto degli ulteriori piani di chiusura che alcune banche porteranno a compimento nell’ultima parte dell’anno, delinea un quadro di progressivo impoverimento dell’infrastruttura creditizia, tecnicamente definibile come una carenza importante di servizi verso la collettività. Questo fenomeno, spesso oscurato dal dibattito pubblico che si concentra su altre questioni finanziarie, rischia di aggravare quelle forme di esclusione finanziaria che colpiscono in particolare le fasce più vulnerabili dei risparmiatori e delle piccole imprese, le quali necessitano di un rapporto di prossimità che il digitale fatica a sostituire integralmente. La scomparsa di una filiale da un piccolo centro, infatti, non significa soltanto doversi recare più lontano per operazioni banali, ma implica anche la perdita di un presidio territoriale, di un punto di riferimento per il consiglio e l’assistenza.
La posizione sindacale e lo scenario futuro
La First Cisl, attraverso la sua fondazione di ricerca, continua a monitorare la situazione, denunciando come il rischio di un’accelerazione della desertificazione bancaria sia concreto e come le operazioni di fusione in corso possano agire da moltiplicatore di un processo già in atto. L’attenzione è quindi massima sulle trattative che potrebbero portare al nascere di un nuovo colosso del credito, un’eventualità che, se da un lato risponde a logiche di mercato e di concorrenza internazionale, dall’altro solleva interrogativi non trascurabili sulla tutela del lavoro e sulla continuità dei servizi erogati ai cittadini e alle imprese nei diversi territori della penisola, molti dei quali si trovano già a fare i conti con una ridotta offerta di servizi fondamentali.




