Accordo Usa-Iran, il petrolio crolla sotto gli 84 dollari: mercati scossi dalla tregua
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Redazione Economia
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La notizia, arrivata nella serata di domenica quando ormai i mercati avevano già chiuso le contrattazioni della settimana, ha avuto l’effetto di una scossa tellurica appena si sono aperti i listini asiatici. L’intesa, seppur ancora definita "preliminare" e in attesa della firma ufficiale prevista per venerdì in Svizzera, ha immediatamente invertito una tendenza rialzista che aveva caratterizzato gli ultimi tre mesi.
Il Brent, il greggio di riferimento per il mercato europeo, è scivolato fino a 83,59 dollari al barile, segnando un ribasso del 3,74%, mentre il West Texas Intermediate (Wti) ha subito una flessione ancora più marcata, pari al 4,02%, attestandosi a 80,86 dollari. Parallelamente, il gas naturale europeo ha subito una contrazione addirittura superiore al 5%, a dimostrazione di quanto l’interruzione delle forniture provenienti dal Golfo Persico avesse compresso le scorte del Vecchio Continente.
La riapertura dello Stretto di Hormuz
Il cuore pulsante di questo ribasso va ricercato in un punto specifico dell’accordo mediato dal Pakistan, ovvero la riapertura dello Stretto di Hormuz. Da fine febbraio, quando le ostilità sono esplose in seguito ai raid sul programma nucleare iraniano, Teheran ha di fatto bloccato questo passaggio strategico, un vero e proprio collo di bottiglia attraverso il quale transita quotidianamente circa il 20% del petrolio mondiale trasportato via nave.
La rimozione del blocco navale imposto dalla marina statunitense e la conseguente ripresa del traffico delle petroliere, prevista simbolicamente per il giorno della firma del memorandum, riporterebbero sul mercato quei milioni di barili giornalieri la cui assenza aveva fatto schizzare i prezzi verso quota 120 dollari solo poche settimane fa. È questa aspettativa, più che l’effettivo flusso immediato di greggio, a spingere al ribasso gli operatori; eppure, come sottolineato da alcuni analisti, lo scenario non è privo di insidie.
Il nodo delle sanzioni e i conti correnti congelati
Dietro la facciata della tregua, i dettagli del testo rivelano crepe ancora profonde. Il memorandum, che al momento consta di diversi punti, prevede una tregua di 60 giorni durante i quali le parti dovranno negoziare il futuro del programma nucleare iraniano e, soprattutto, il regime sanzionatorio.
Teheran, attraverso il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi, ha posto le sue condizioni: la rimozione del blocco navale e la fine delle operazioni militari sono solo l’inizio, perché la controparte chiede a gran voce lo scongelamento dei propri assets, miliardi di dollari attualmente bloccati negli istituti di credito occidentali.
Se da un lato l’amministrazione Trump ha confermato il rilascio di una parte di questi fondi, dall’altro ha ribadito che l’allentamento delle misure restrittive sarà graduale e subordinato ai passi concreti che l’Iran compirà per limitare il suo potenziale bellico. Questa tensione, che permane sullo sfondo, ha già indotto qualche operatore più cauto a non abbandonare del tutto le posizioni corte in vista della prossima settimana.
L’effetto concreto sui listini e le scorte energetiche
In attesa della cerimonia di firma che si terrà a Ginevra, il petrolio continua a essere scambiato in territorio negativo, con il Wti che in alcuni momenti della giornata ha addirittura sfiorato la soglia psicologica degli 80 dollari. C’è da dire, a onor del vero, che il crollo dei prezzi arriva dopo mesi di incrementi vertiginosi che avevano prosciugato le Riserve Strategiche degli Stati Uniti, portandole ai minimi dagli anni Ottanta.
La possibilità di ricostituire queste scorte a un costo inferiore rappresenta una boccata d’ossigeno per l’amministrazione Trump, che si trova a gestire una ripresa economica resa instabile dall’inflazione. Tuttavia, i riflettori restano accesi sulle mosse di Israele, il cui governo non ha ancora ufficialmente commentato l’intesa, lasciando intendere che le operazioni sul fronte libanese potrebbero non cessare automaticamente con la firma del documento.
In questo clima di cauto ottimismo, il mercato si prepara a una settimana di fuoco, consapevole che il ritorno alla piena operatività dello Stretto di Hormuz richiederà comunque mesi di bonifica e di assicurazioni per le petroliere, fattori che potrebbero limitare, almeno nel breve periodo, l’entità effettiva del calo dei listini.




