Trump taglia i fondi federali a Harvard: il ricatto per piegare l’ateneo alla politica della Casa Bianca

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’ultima mossa dell’amministrazione Trump, che ha deciso di sospendere i finanziamenti federali a Harvard, rappresenta un tentativo esplicito di condizionare le scelte dell’università più antica e prestigiosa degli Stati Uniti. La Casa Bianca, attraverso una lettera indirizzata al rettore Alan Garber, ha chiarito che non verranno erogati nuovi fondi pubblici finché l’ateneo non accetterà di allinearsi alla linea politica del governo, in particolare sulle questioni legate alle proteste filopalestinesi e alla cosiddetta "agenda woke".

Il ricatto economico, che colpisce un’istituzione con un endowment da 53,2 miliardi di dollari – cifra superiore al Pil di numerosi Paesi –, mira a imporre un controllo sui programmi accademici e sui criteri di ammissione, tradizionalmente accusati di favorire élite benestanti. Non è un caso che, insieme a Harvard, anche altre università come Columbia, Cornell e Yale siano nel mirino di un’offensiva che minaccia di stravolgere il modello educativo americano, basato su autonomia e libertà di ricerca.

La strategia della Casa Bianca, del resto, non è nuova. Già in passato Trump aveva usato i fondi federali come leva per ottenere concessioni, come nel caso del controverso piano che offre 1.000 dollari e un viaggio pagato agli immigrati irregolari disposti a lasciare volontariamente gli Stati Uniti. Ma questa volta la posta in gioco è più alta: si tratta di decidere se le università, pur con tutti i loro limiti, possano continuare a essere laboratori indipendenti di pensiero o se debbano trasformarsi in strumenti di propaganda politica.

Federico Rampini, nella sua rubrica «Oriente Occidente», ha provato a spiegare la portata della vicenda con un parallelo italiano: «Immaginiamo che la Bocconi, seduta su un patrimonio di 50 miliardi di euro, sia costretta a sottostare alle direttive del governo per accedere a fondi pubblici». Una prospettiva che, se applicata, segnerebbe una svolta senza precedenti nel rapporto tra Stato e accademia.

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