Autovelox, il censimento del Mit cambia le regole dei ricorsi: ecco cosa succede
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Redazione Interno
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La possibilità di vedere annullata una multa per eccesso di velocità, sfruttando un vizio formale legato all’omologazione del dispositivo, sta per subire una drastica riduzione. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, attraverso un paziente lavoro di ricognizione e riordino normativo, ha infatti posto le basi per una vera e propria rivoluzione nel settore dei controlli elettronici. L’obiettivo, dichiarato e più volte ribadito dal ministro Matteo Salvini, è quello di fare chiarezza una volta per tutte, distinguendo tra gli apparecchi utilizzati esclusivamente per la prevenzione degli incidenti e quelli, per usare una metafora, trasformati in strumenti di mera fiscalità locale. Il censimento nazionale avviato nello scorso autunno ha restituito una fotografia impietosa e, fino a questo momento, piuttosto nebulosa del parco autovelox italiano. Su circa undicimila dispositivi stimati sul territorio, poco più di tremilaottocento sono stati effettivamente registrati dagli enti proprietari sulla piattaforma telematica del Mit, e di questi, appena un migliaio rientrano automaticamente nei rigorosi parametri tecnici previsti dal nuovo schema di decreto di omologazione attualmente in fase di notifica a Bruxelles. Questo scenario, che lascerebbe fuori dalla legalità circa novemila apparecchi, ha aperto scenari complessi, come evidenziato dalle associazioni dei consumatori che paventano una valanga di ricorsi, ma è proprio per mettere ordine in questa selva normativa che il Ministero sta intervenendo, rendendo di fatto superata la principale causa di impugnazione delle multe.
Il nuovo quadro normativo e la differenza tra approvazione e omologazione
Il cuore della questione, che ha tenuto banco nelle aule giudiziarie degli ultimi anni, affonda le radici in una distinzione tecnico-legale che solo una sentenza della Corte di Cassazione dello scorso anno ha contribuito a cristallizzare. Ci riferiamo alla differenza, non certo sottile, tra un dispositivo approvato e uno effettivamente omologato. L’approvazione, infatti, riguarda il prototipo e ne autorizza la produzione in serie basandosi su standard predefiniti; l’omologazione, invece, è un passaggio successivo e ben più pervasivo, che certifica la conformità di ogni singolo esemplare o modello a quei determinati standard, garantendone l’affidabilità e la precisione nel tempo. La Suprema Corte, con la sua pronuncia dell’aprile 2024, ha stabilito la nullità delle sanzioni elevate da apparecchi che, sebbene approvati, risultassero sprovvisti di quest’ultimo e fondamentale requisito, gettando nello sconforto molti automobilisti ma, al contempo, sollevando un polverone di contenziosi. Il Ministero, con la nuova cornice regolatoria, ha deciso di tagliare la testa al toro: si sta procedendo a un riallineamento generale, stabilendo quali dispositivi, in base a marca, modello e anno di immatricolazione, possano considerarsi a tutti gli effetti omologati e quindi legittimati a elevare multe valide. Per quelli più datati, è prevista la possibilità di rimanere in servizio solo a seguito di un adeguamento del prototipo alle nuove specifiche, pena la dismissione.
La diffida di Altvelox al prefetto di Teramo e il caso delle autorizzazioni locali
In questo clima di transizione e di definizione di nuove regole, non mancano le tensioni a livello periferico, dove si gioca la partita vera della sicurezza stradale e, talvolta, degli interessi delle casse comunali. Un esempio emblematico arriva dalla provincia di Teramo, dove l’associazione Altvelox, da tempo in prima linea per la trasparenza nell’uso degli autovelox, ha inviato una diffida formale al prefetto Fabrizio Stelo. L’oggetto del contendere è il decreto prefettizio del 9 marzo scorso, con il quale venivano aggiornate e autorizzate le postazioni di rilevamento della velocità su diverse strade della provincia, in particolare quelle senza obbligo di contestazione immediata. Secondo l’associazione, presieduta da Gianantonio Sottile Cervini, il provvedimento si baserebbe su affermazioni di carattere generale, prive di quel corredo di dati analitici e verificabili imposti dal decreto ministeriale dell’aprile 2024. Altvelox contesta la mancanza di prove concrete sull’elevato tasso di incidentalità in quei specifici tratti nel quinquennio precedente, elemento cardine per giustificare l’installazione di un autovelox. Nella diffida, che rappresenta un ultimatum di dieci giorni, si chiede la sospensione immediata del provvedimento e l’accesso agli atti per visionare le relazioni della Polizia Stradale, i certificati di omologazione e i dati sugli incidenti, minacciando altrimenti di adire le vie legali per tutelare gli automobilisti da quelle che ritiene essere sanzioni potenzialmente illegittime. Un caso, questo, che dimostra come la battaglia sulla legittimità degli autovelox si stia spostando dal piano della mera omologazione del dispositivo a quello, se possibile ancora più delicato, della corretta e trasparente autorizzazione delle singole postazioni.
La piattaforma nazionale e i dispositivi a norma
Parallelamente a queste fibrillazioni locali, il Ministero procede spedito nel suo disegno di centralizzazione e controllo. La piattaforma nazionale del Mit, accessibile e consultabile, rappresenta il perno di questa strategia di trasparenza. Su di essa, enti e amministrazioni hanno dovuto caricare i dati identificativi di ogni singolo dispositivo in uso: marca, modello, numero di matricola e, soprattutto, gli estremi del decreto di approvazione. L’obiettivo dichiarato è duplice: da un lato, fornire un quadro chiaro e inequivocabile di quali siano gli strumenti effettivamente a norma, dall’altro, mettere i cittadini nella condizione di poter verificare in autonomia la legittimità dello strumento che li ha sanzionati. I risultati di questo censimento, come accennato, sono sorprendenti: la stragrande maggioranza degli undicimila dispositivi stimati, circa i due terzi, non è stata nemmeno registrata, il che, secondo le disposizioni ministeriali, ne avrebbe dovuto comportare lo spegnimento. E tra i tremilaottocento censiti, solo poco più di mille possiedono i requisiti per essere considerati automaticamente omologati secondo i nuovi criteri. Questo significa che molti comuni, probabilmente, si troveranno nella condizione di dover rivedere i propri sistemi di controllo, adeguando o sostituendo apparecchiature che fino a ieri ritenevano perfettamente in regola. Un’operazione, questa, che richiederà tempo e risorse, ma che il Ministero ritiene indispensabile per restituire credibilità all’intero sistema sanzionatorio e per allineare l’Italia agli standard di legalità e trasparenza imposti anche dall’Unione Europea, visti i passaggi di notifica a Bruxelles.




