Cascina Spiotta, la verità dopo 51 anni: condannato Azzolini, prescritti Curcio e Moretti
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Redazione Interno
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La Corte d’assise di Alessandria ha chiuso il processo sulla morte del carabiniere Giovanni D’Alfonso, avvenuta il 5 giugno 1975 durante un conflitto a fuoco alla Cascina Spiotta, nel Comune di Melazzo. Dopo cinque anni di indagini e a distanza di mezzo secolo dai fatti, il verdetto ha delineato un quadro giudiziario composito: sei anni di reclusione per Lauro Azzolini, con la pena che si somma alla precedente condanna all’ergastolo per il sequestro di Aldo Moro, mentre per Renato Curcio e Mario Moretti è subentrata la prescrizione, con il conseguente non luogo a procedere.
La condanna e la prescrizione
La richiesta della procura era stata pesante: ventuno anni per Azzolini e l’ergastolo per Curcio e Moretti. Il tribunale, invece, ha ridimensionato le richieste dell’accusa, disponendo per il primo una pena di sei anni – che l’83enne non sconterà materialmente, essendo già stato detenuto per quasi trent’anni – e dichiarando estinti per prescrizione i reati contestati agli altri due ex dirigenti delle Brigate Rosse.
Il dispositivo, letto in aula, ha sancito per Azzolini la cosiddetta continuazione con la condanna già inflittagli per il sequestro e l’omicidio degli uomini della scorta di Aldo Moro nel 1978.
La reazione dell’avvocato difensore
«L’impianto accusatorio è uscito sconfessato», ha dichiarato a caldo l’avvocato Francesco Romeo, che ha assistito Mario Moretti nel corso del procedimento. Il legale ha sottolineato come la decisione della Corte abbia di fatto smontato la costruzione giuridica su cui si reggeva la richiesta di pene severe per i tre imputati.
Per quanto riguarda Azzolini, il difensore ha osservato come una nuova incarcerazione per un uomo di 83 anni, che ha già scontato un lungo periodo di detenzione, sarebbe stata una misura sproporzionata, aggiungendo che «ci mancherebbe altro che andasse in carcere un 83enne che ha scontato quasi 30 anni per un fatto di 51 anni fa, questo credo che non lo volesse neanche la parte civile».
Le parole della famiglia della vittima
La verità giudiziaria, seppure parziale, ha trovato ascolto tra i familiari del carabiniere caduto. Il figlio di Giovanni D’Alfonso ha dichiarato: «Mi aspettavo comunque una ricerca della verità e quindi una responsabilità chiara per l'uccisione di mio padre, quindi questa cosa è più che sufficiente, è quello che noi cercavamo, non era una vendetta che si cercava nei confronti di questi brigatisti, però era una verità che comunque non era mai emersa».
Le sue parole hanno restituito il senso di un percorso processuale che, pur nella parzialità del risultato, ha offerto un riconoscimento formale alla memoria della vittima e alla sofferenza patita dalla sua famiglia.
L’esito del processo
Cinquantuno anni dopo gli spari alla Cascina Spiotta, il procedimento si è quindi concluso con un bilancio che la difesa ha definito sostanzialmente negativo per l’accusa: una condanna a sei anni per Azzolini, che non inciderà sulla sua libertà personale, e la prescrizione per Curcio e Moretti, due nomi simbolo della stagione del terrorismo italiano. La Corte, con il suo verdetto, ha stabilito che per i due ex leader delle Brigate Rosse il tempo processuale si è ormai esaurito, mentre per il terzo imputato la responsabilità penale resta, seppure assorbita in un quadro di pene già scontate.




