Strage di Cascina Spiotta, l'ex BR Azzolini: "C'ero, morirono due persone che non avrebbero dovuto"
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Redazione Interno
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L’ex brigatista Lauro Azzolini, uno dei volti più noti della lotta armata degli anni di piombo, ha deciso di rompere il silenzio dopo quasi cinquant’anni, rendendo dichiarazioni spontanee davanti alla Corte d’Assise di Alessandria. Nel processo per l’omicidio dell’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso, ucciso durante un conflitto a fuoco il 5 giugno 1975 alla Cascina Spiotta, Azzolini ha ammesso la sua presenza sul luogo, aggiungendo che quel giorno persero la vita due persone che “non avrebbero dovuto morire”. Una frase che, se da un lato sembra voler aprire uno spiraglio di riflessione, dall’altro non può cancellare il peso di una storia segnata da sangue e violenza.
Quel 5 giugno, le Brigate Rosse tenevano rinchiuso l’industriale Vittorio Vallarino Gancia, sequestrato poche ore prima. L’operazione, però, si trasformò in una tragedia: durante lo scontro con le forze dell’ordine, rimasero uccisi l’appuntato D’Alfonso, padre di tre figli, e Margherita Cagol, moglie di Renato Curcio e cofondatrice delle Brigate Rosse. Azzolini, oggi settantenne e condannato a quattro ergastoli, ha ricostruito quei momenti drammatici, descrivendo una scena caotica e violenta, in cui la linea tra vittime e carnefici si fece sempre più sottile.
Le sue parole, tuttavia, non possono essere lette come una semplice ammissione di colpa. Azzolini, infatti, è stato uno dei membri del comitato esecutivo delle Brigate Rosse durante il sequestro di Aldo Moro, avvenuto tre anni dopo, nel 1978. E proprio su questo punto si concentra l’avvocato Valter Biscotti, legale delle vittime di via Fani, che invita l’ex brigatista a fare piena luce anche su quel capitolo oscuro della storia italiana. “Bene ha fatto Azzolini ad ammettere che era alla Cascina Spiotta – ha dichiarato Biscotti –. Ora però dica tutto anche sul suo ruolo durante il sequestro Moro: dove si tenevano le riunioni, chi era il padrone di casa, chi batteva a macchina i comunicati e dove era la prigione di Moro”.
Quello di Azzolini è un racconto che, pur nella sua drammaticità, non può essere considerato una svolta definitiva. La sua ammissione arriva dopo decenni di silenzio e di tentativi, da parte di molti ex brigatisti, di giustificare le proprie azioni attraverso una lettura politica che spesso ha finito per sminuire il dolore delle vittime e dei loro familiari. La Storia, del resto, non perdona, e le lacrime versate dagli innocenti non possono essere cancellate da parole tardive.




