Alberto Franceschini, il fondatore delle Br, è morto l’11 aprile nel silenzio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Alberto Franceschini, uno dei nomi più emblematici del terrorismo italiano, cofondatore delle Brigate Rosse insieme a Renato Curcio e altri, è morto l’11 aprile scorso, anche se la notizia è trapelata solo in questi giorni. La sua scomparsa, avvenuta nel più assoluto riserbo, chiude una vita trascorsa tra ombre, menzogne e il peso di scelte che hanno segnato la storia del Paese.

Franceschini, che aveva 77 anni, era stato a lungo detenuto nel supercarcere di Badu ‘e Carros, in Sardegna, struttura considerata tra le più sicure e dure per i terroristi degli anni di piombo. Era lì, tra quelle mura, che aveva scritto una lettera al cappellano del carcere, documento che oggi assume un valore simbolico, quasi un’ammissione di un’esistenza spesa nell’infamia.

Le Brigate Rosse, organizzazione armata comunista nata nei primi anni ’70, trovarono in lui uno dei protagonisti assoluti. Milano, con le sue periferie come Turro e Mac Mahon, fu il teatro delle prime azioni, ma anche il luogo in cui i brigatisti – Franceschini, Curcio, Margherita Cagol, Mario Moretti – tentarono di riscrivere la geografia della lotta armata. «A sinistra molti parlavano di violenza», aveva raccontato lo stesso Franceschini in un’intervista, aggiungendo che «le armi ce le diedero alcuni partigiani». E se nel Partito Comunista c’era chi ne era a conoscenza, all’inizio, disse, «lasciarono fare».

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