Morto Alberto Franceschini, il fondatore delle Br che custodiva i segreti del terrorismo rosso
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Redazione Interno
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Era uno dei volti più enigmatici del terrorismo italiano, capace di incarnare, con la sua storia personale, le contraddizioni e i misteri di un’epoca segnata dalla violenza politica. Alberto Franceschini, tra i fondatori delle Brigate Rosse, è morto l’11 aprile all’età di 78 anni, in un silenzio quasi simbolico, oscurato dai funerali di un altro protagonista della storia contemporanea, Papa Francesco. La sua scomparsa chiude un capitolo che, nonostante il tempo trascorso, conserva zone d’ombra mai del tutto illuminate.
Nato a Reggio Emilia nel 1947, Franceschini proveniva da un ambiente operaio, distante dal milieu universitario che aveva formato altri leader delle Br, come Renato Curcio e Mara Cagol. Eppure, fu proprio lui a tessere, fin dagli inizi, i fili di un’organizzazione destinata a insanguinare l’Italia. «Era una personalità forte, capace di incentivarmi», ha ricordato Loris Tonino Paroli, operaio che condivise con Franceschini quelle prime riunioni nel 1969, in un appartamento del centro storico reggiano. Un microcosmo in cui si mescolavano ribellione operaia e utopia rivoluzionaria, prima che la lotta armata prendesse una piega irreversibile.
Franceschini, arrestato nel 1974, scontò 18 anni di carcere prima di ottenere gli arresti domiciliari per motivi di salute. Negli ultimi decenni, pur mantenendo un profilo discreto, aveva accennato a retroscena inediti delle Br, senza però mai rivelarli completamente. «Da ragazzo volevo andare a Cuba, mi sarei cacciato nei casini lo stesso», confessò in un’intervista al circolo Arci Bellezza di Milano, dove apparve «vecchio e stanco», lontano dall’immagine del militante determinato che aveva ispirato paura e, in alcuni casi, ammirazione.




