Il Nikkei crolla a Tokyo, l’escalation in Medio Oriente e la Fed gelano i mercati
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Redazione Economia
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Il listino giapponese, dopo una seduta che l’aveva visto archiviare guadagni consistenti, ha subito una brusca inversione di tendenza, cedendo oltre tremila punti e riportandosi sui livelli precedenti al rally. L’indice Nikkei, che raggruppa i 225 titoli principali della piazza di Tokyo, ha chiuso le contrattazioni di oggi, giovedì 19 marzo, in forte ribasso del 3,38% fermandosi a 53.372,53 punti, un tonfo che segue di poche ore il rimbalzo positivo e che cancella gran parte dei progressi recenti. Il sell-off, come spiegano gli analisti, è stato innescato da una combinazione letale di fattori esterni: da un lato la nuova ondata di violenza in Medio Oriente, che ha preso di mira le infrastrutture energetiche e fatto impennare nuovamente il prezzo del petrolio, e dall’altro la posizione attendista della Federal Reserve americana, che ha lasciato i tassi invariati ma ha alzato le stime sull’inflazione, smorzando di fatto le speranze di un imminente allentamento monetario.
Sul parquet di Tokyo, le perdite più consistenti si sono concentrate soprattutto sui titoli del settore tecnologico, con le aziende produttrici di chip e semiconduttori in prima fila nel listino dei ribassi. Società come Advantest, tra le maggiori al mondo nel settore dell’elettronica di test, hanno visto le proprie azioni scivolare, trascinando verso il basso l’intero indice in un effetto domino che ha contagiato anche i colossi delle telecomunicazioni e degli investimenti come SoftBank Group. A pesare sull’umore degli investitori, già provato dall’aumento del costo dell’energia, è intervenuta anche la decisione della Banca del Giappone, la Boj, che al termine della riunione di politica monetaria ha scelto di mantenere invariato il tasso di riferimento, pur manifestando preoccupazione per le ricadute che l’aumento dei prezzi delle materie prime potrebbe avere sull’inflazione interna, creando un contesto di incertezza che non ha certo incoraggiato nuovo ottimismo sul mercato.
Il contagio si estende a tutte le piazze asiatiche, l’Europa si prepara a un avvio in negativo
L’ondata di vendite, lungi dall’essere circoscritta al solo Giappone, ha investito l’intera regione Asia-Pacifico con violenza, confermando come i timori per la stabilità economica globale stiano orientando le scelte di portafoglio verso una marcata avversione al rischio. Hong Kong ha visto il proprio indice principale arretrare di oltre due punti percentuali, mentre le borse cinesi di Shenzhen e Shanghai hanno registrato rispettivamente cali del 2,27% e dell’1,39%, in un quadro reso ancora più cupo dalla debolezza del won sudcoreano che ha accompagnato il ribasso del 2,7% della piazza di Seul. La causa scatenante, trasversale a tutti i listini, è sempre la medesima: l’escalation militare che minaccia i flussi energetici dal Golfo Persico e che ha riportato il greggio verso i massimi, riaccendendo lo spettro di una stagflazione che le banche centrali faticano a contrastare con i tradizionali strumenti di politica monetaria.
Gli effetti di questa tempesta perfetta si sono propagati rapidamente anche oltre il fuso orario asiatico, condizionando le attese per l’avvio delle contrattazioni in Europa. I futures sui principali indici del Vecchio Continente viaggiano in territorio negativo, preannunciando una seduta all’insegna della prudenza se non della paura. Piazza Affari, in particolare, si prepara a un’apertura in calo, con il Ftse Mib che segue il trend ribassista già delineato dai mercati asiatici. L’attenzione degli operatori, nelle prossime ore, si concentrerà sulle decisioni della Banca Centrale Europea e della Bank of England, chiamate a districare la complessa matassa di un’inflazione ancora alta e di una crescita che mostra chiari segni di affaticamento, il tutto aggravato dalla spinta sui prezzi energetici proveniente dal fronte mediorientale.
L’effetto valanga parte da Wall Street, con la Fed che frena l’entusiasmo
Il vero detonatore della crisi di fiducia che ha investito i mercati globali va però ricercato oltreoceano, nella seduta di Wall Street della notte scorsa. I listini americani hanno chiuso in netto calo, con il Dow Jones e il Nasdaq che hanno lasciato sul campo percentuali significative, dopo che la Federal Reserve ha comunicato la decisione di lasciare invariati i tassi di interesse. Il presidente della banca centrale americana, pur nella conferenza stampa, ha di fatto ridimensionato le aspettative di una rapida riduzione del costo del denaro, sottolineando le persistenti incertezze sull’evoluzione del quadro macroeconomico e l’assenza di progressi sufficienti sul fronte dell’inflazione per giustificare una svolta accomodante. Questo atteggiamento, più restrittivo del previsto, ha gelato l’entusiasmo degli investitori che avevano scommesso su un allentamento già nei prossimi mesi.
A questo scenario già complesso si è sovrapposta la nuova fiammata delle tensioni geopolitiche, con l’attacco alle infrastrutture energetiche in Medio Oriente che ha funto da innesco per un’ulteriore fuga dalle attività rischiose. Il prezzo del petrolio Brent, scambiato sopra i 114 dollari al barile, e il balzo del gas naturale verso quota 70 euro sono il sintomo più evidente di un mercato che teme interruzioni prolungate delle forniture. Le Borse europee, in questo clima, si apprestano quindi ad aprire in profondo rosso: Francoforte, Parigi e Londra segnano tutte un calo superiore all’1% nei primi scambi, con il settore energetico che prova a resistere mentre utility e aziende manifatturiere, come nel caso di Prysmian o Tim a Milano, soffrono la doppia morsa del caro-energia e dei tassi alti.
Description: La Borsa di Tokyo crolla del 3,38% tra tensioni in Medio Oriente e decisioni Fed. Petrolio in rialzo e incertezza globale contagiano i listini asiatici ed europei.




