Ucraina, gli applausi a Meloni dividono il Pd: Boccia attacca

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Gli applausi di alcuni senatori del Pd a Giorgia Meloni durante il suo intervento sull'Ucraina hanno provocato nuove tensioni all'interno del Partito democratico. A intervenire nella discussione è stato anche il capogruppo Francesco Boccia, che nelle conversazioni con i colleghi ha rivolto una battuta alla minoranza riformista: «Se si vogliono misurare con le preferenze, magari si possono candidare». Una frase che sposta il confronto dal sostegno a Kiev agli equilibri politici interni e al peso elettorale delle diverse componenti del partito.

Gli applausi dei riformisti durante il discorso della premier

L'episodio si è verificato il 14 ottobre nell'aula del Senato, durante le comunicazioni della presidente del Consiglio in vista del vertice europeo. Quando la premier ha affrontato la guerra tra Russia e Ucraina, alcuni esponenti dell'opposizione hanno manifestato pubblicamente il proprio apprezzamento. Tra i parlamentari che hanno applaudito figurano Filippo Sensi, Walter Verini, Graziano Delrio e Sandra Zampa, insieme all'indipendente Pier Ferdinando Casini. Alla manifestazione di consenso hanno partecipato anche Carlo Calenda e rappresentanti di Italia Viva. Un gesto che ha evidenziato le differenti sensibilità presenti nell'opposizione sulla politica estera e sul rapporto con il governo.

Nel suo intervento, la presidente del Consiglio ha difeso il sostegno italiano all'Ucraina e ha affrontato il tema dei rapporti con Vladimir Putin e Donald Trump. La posizione espressa sulla necessità di tutelare la sovranità ucraina ha trovato un punto di convergenza con l'area più atlantista del centrosinistra. Delrio ha spiegato che la solidarietà verso il Paese aggredito deriva da principi e valori sui quali si fonda l'Unione europea, non da valutazioni di convenienza politica. Il riconoscimento della validità di una specifica posizione internazionale dell'esecutivo non ha tuttavia comportato un'adesione complessiva alla linea della maggioranza.

La sfida interna al partito e le differenze nel centrosinistra

La reazione del capogruppo democratico introduce un elemento di conflitto legato alla rappresentanza politica. Il riferimento alle preferenze richiama infatti la possibilità per gli esponenti della minoranza di misurare il proprio consenso attraverso una competizione elettorale personale. La battuta arriva in un momento nel quale la politica estera distingue le posizioni dei riformisti da quelle di altri settori dell'opposizione. Il dibattito coinvolge anche il rapporto tra l'autonomia dei parlamentari, la disciplina di partito e la linea definita dalla segreteria guidata da Elly Schlein.

Le divergenze si sono manifestate anche nella presentazione delle risoluzioni parlamentari. Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Italia Viva e Più Europa hanno depositato documenti distinti sul sostegno all'Ucraina. Le differenti impostazioni riguardavano il rapporto tra assistenza a Kiev, iniziative diplomatiche e condizioni necessarie per arrivare alla pace. Le votazioni hanno registrato anche astensioni incrociate tra alcune forze del centrosinistra, senza arrivare all'approvazione di un documento unitario dell'intera opposizione. Al termine dei lavori, la segretaria democratica ha comunque definito il comportamento parlamentare un passo avanti verso l'unità della coalizione.

Le risoluzioni approvate e lo scontro sulla politica estera

Il confronto si è concluso al Senato con l'approvazione delle risoluzioni della maggioranza. Il primo documento ha impegnato il governo su diversi temi dell'agenda europea, tra cui la competitività economica, i costi energetici, la difesa e il sostegno alla popolazione ucraina. Un secondo testo ha chiesto iniziative diplomatiche per ottenere una tregua immediata negli attacchi contro le infrastrutture energetiche russe e ucraine. Su questo punto si sono concentrate anche le polemiche con Giuseppe Conte, che ha criticato l'impostazione internazionale dell'esecutivo e il rapporto con gli Stati Uniti.

Nel dibattito parlamentare il Movimento 5 Stelle ha contestato anche la posizione italiana nei negoziati diplomatici. Un intervento dei suoi rappresentanti ha richiamato l'articolo 11 della Costituzione e criticato l'aumento delle spese militari, collegandolo alle difficoltà economiche e sociali del Paese. La discussione ha toccato inoltre la richiesta di riconoscimento dello Stato palestinese e la condotta del governo israeliano. Sul versante della maggioranza, il ministro Tommaso Foti ha difeso la libertà dei parlamentari democratici che avevano applaudito la presidente del Consiglio, escludendo che il loro comportamento costituisse una violazione della disciplina nei confronti della segretaria.

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