Morte di dj Godzi a Ibiza, la perizia della famiglia: «Fu torturato, è un altro caso Cucchi»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il Corpo senza vita di Michele Noschese, per tutti dj Godzi, racconta una storia che non coincide con la versione ufficiale. A sostenerlo, con il supporto di un documento tecnico depositato negli uffici giudiziari, è il padre Giuseppe, il quale ha affidato a un consulente medico legale – il dottor Raffaele Zinno – l’analisi approfondita dell’autopsia e dei referti sanitari. Il responso, secondo quanto riferito all’Ansa dallo stesso genitore, lascerebbe pochi margini di interpretazione: il 36enne napoletano, morto lo scorso 19 luglio nell’isola baleari dopo un intervento della Guardia Civil, sarebbe stato sottoposto a un trattamento «con insolita aggressività, direi tipica delle metodologie militari». Le parole di Giuseppe Noschese riecheggiano quelle pronunciate in passato da un’altra famiglia, quella di Stefano Cucchi, per la quale la violenza subita durante un fermo divenne il simbolo di un presunto abuso istituzionale.

Le conclusioni del medico legale: ginocchia a terra e pressione sul dorso

La consulenza firmata dal dottor Zinno – nominato dalla famiglia e non dal tribunale – ha messo nero su bianco un quadro che definisce «politraumatismo diffuso pienamente coerente con una dinamica di violenza fisica reiterata». In particolare, il medico legale ha ricostruito le fasi precedenti al decesso ipotizzando che Noschese venne «fatto inginocchiare, immobilizzato e soggetto a pressione sul dorso». Tecniche di contenzione, queste, che per i legali della famiglia configurerebbero gli estremi del reato di tortura. L’avvocato Vanni Cerino, che segue il caso insieme ai colleghi Angelo Sammarco e D’Urso, ha già depositato la perizia presso la Procura di Roma, dove il procuratore aggiunto Giovanni Conso e il sostituto Daria Monsumò hanno aperto un’indagine. L’obiettivo, adesso, è accertare eventuali responsabilità dirette degli agenti spagnoli intervenuti nell’abitazione del dj, richiamati dai vicini a causa del volume troppo alto della musica.

L’apertura dell’inchiesta a Roma e il parallelo con il caso Cucchi

È stato lo stesso Cerino a dichiarare che «abbiamo prospettato al procuratore aggiunto e al sostituto l’ipotesi del reato di tortura nei confronti degli agenti della Guardia Civil». Un’accusa pesante, che trasforma un decesso inizialmente archiviato come accidentale – o riconducibile a cause naturali – in un possibile caso di cronaca giudiziaria dalle tinte fosche. La scelta della procura romana di avviare un fascicolo, peraltro, non è casuale: Noschese era residente in Italia e la famiglia ha sempre contestato la condotta tenuta dalle forze dell’ordine spagnole. Il padre, nel suo sfogo all’agenzia, ha usato senza mezzi termini l’espressione «un altro caso Cucchi», evocando la vicenda del giovane romano morto nel 2009 dopo un fermo dei carabinieri. Una similitudine che, al di là della sua carica emotiva, trova nella perizia un appiglio tecnico: i segni sul di dj Godzi, secondo Zinno, non sarebbero compatibili con una semplice caduta o con un malore.

Le prossime mosse della famiglia e lo sviluppo giudiziario a Madrid

La strategia dei legali dei Noschese è chiara: non chiedere soltanto l’estradizione dei documenti o una rogatoria internazionale, ma costruire un impianto probatorio solido che possa reggere davanti a un tribunale spagnolo. La perizia depositata a Roma è il primo tassello di un mosaico che potrebbe includere, nelle prossime settimane, richieste di nuove acquisizioni video o testimoniali. La Guardia Civil, dal canto suo, non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali in merito alle ultime contestazioni; l’unico dato certo è che il 12 luglio – o il 19, secondo alcune ricostruzioni ancora incerte sulle date – i suoi agenti entrarono nell’appartamento di Noschese e che poche ore dopo l’uomo era morto. La procura di Roma, coordinando l’indagine con le autorità spagnole, tenterà ora di stabilire se ci fu un uso sproporzionato della forza. Per la famiglia, del resto, il dubbio non è più tale: «mio figlio fu torturato», ha ripetuto il padre. E la perizia, adesso, è l’unica cartina al tornasole che hanno per chiedere giustizia.

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