Cernobbio, l'Italia galleggia ma la crescita resta un’impresa per le tasche degli italiani

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Ogni settembre, puntuale come l’inizio dell’autunno e le prime foglie che cadono, il Forum di Cernobbio prova a restituire un’immagine, talvolta nitida e altre volte sfocata, dell’Italia che ci aspetta al rientro dalle ferie. Quest’anno, dalla raffinata cornice di Villa d’Este, è emerso il ritratto di un Paese che, contro ogni più cupo pronostico, galleggia in acque agitate. Eppure, e qui sta il nodo cruciale, il fatto di non essere affondati non significa che la rotta sia chiara o che il motore sia finalmente a regime.

La stabilità politica, conquistata a fatica e spesso data per scontata, non sta producendo quella scia di benessere diffuso che ci si aspetterebbe, e i segnali di cedimento strutturale restano sotto traccia, pronti a riemergere alla prima burrasca. La sensazione che filtra dalle stanze del potere, insomma, è quella di una barca che tiene il mare ma che procede a vista, senza una carta nautica che indichi con certezza il porto, e con un equipaggio diviso su quale rotta imboccare per uscire dalle secche.

Il ministro e il galleggiamento

Giancarlo Giorgetti, ministro dell'Economia, ha chiuso i lavori con una metafora che è destinata a fare il giro dei salotti e delle redazioni: «La barca è rimasta in galleggiamento», ha detto, aggiungendo poi una considerazione che suona come una stilettata a chi dall'estero guarda al Belpaese con occhio critico, ovvero che l'Italia gode di una considerazione molto più alta fuori dai suoi confini che non all'interno.

Al di là della suggestione poetica, i numeri che il ministro ha messo sul tavolo sono meno metaforici e molto più concreti: il prodotto interno lordo per il 2026, che nel Documento di Finanza Pubblica viaggiava verso un ipotetico 0,6%, ha già acquisito una crescita dello 0,8%. E se gli indicatori economici dovessero mantenersi su questi livelli, ha spiegato Giorgetti, non è escluso che si possa addirittura sfiorare quella soglia psicologica dell'1% che fino a qualche mese fa sembrava un miraggio.

Una resilienza, quella italiana, che il ministro ha rivendicato con forza di fronte ai leader dell'opposizione, i quali nelle ore precedenti avevano dipinto un quadro ben diverso, quello di un Paese che arranca e non riesce a trovare la marcia giusta per accelerare. Eppure, nel riconoscere questo sforzo collettivo, Giorgetti non si è lasciato andare a facili trionfalismi, ammettendo con onestà intellettuale che il governo «non è stato fenomeno», un'ammissione che suona come un invito alla prudenza piuttosto che come un atto di autoassoluzione.

La crescita e il nodo dei salari

E qui si innesta il cortocircuito che rischia di rendere vani gli sforzi di tenuta dell'intero sistema: la crescita, per quanto modesta ma pur sempre positiva, fatica a tradursi in un beneficio tangibile per le famiglie e per i lavoratori. Il dato macroeconomico, insomma, è una cosa, la percezione quotidiana della gente che arriva a fine mese con il conto corrente in rosso ne è un'altra.

La produttività stagnante e i salari che non decollano restano i due grandi nodi che nessuno, finora, è riuscito a sciogliere veramente, e che rappresentano il tallone d'Achille di un sistema produttivo che arranca nella competizione internazionale. Da questo punto di vista, le ricette del governo e quelle delle opposizioni, presentate nel corso dell'ultima giornata del Forum Ambrosetti, divergono in maniera profonda e sostanziale.

Da una parte si punta sulla stabilità e su una prudente gestione dei conti pubblici, dall'altra si invoca un cambio di passo deciso, con investimenti mirati e una politica industriale che rimetta al centro il potere d'acquisto delle famiglie. A unire tutti, però, è una consapevolezza che sembra essere ormai condivisa trasversalmente: la stabilità politica, quella conquistata e mantenuta con fatica negli ultimi anni, non è più sufficiente.

È una condizione necessaria, ma non certo l'unica, per rilanciare un Paese che ha fame di futuro e che rischia di restare intrappolato in una stagnazione che erode lentamente il tessuto sociale ed economico.

L'ombra delle incertezze globali

Sullo sfondo di queste riflessioni, poi, si staglia l'ombra lunga e minacciosa di un contesto internazionale che non concede tregua. Le guerre alle porte dell'Europa, le tensioni sui mercati energetici e la minaccia incombente di una guerra commerciale che si ripercuote sui dazi, come dimostra la nuova amministrazione Trump che da tempo ha ripreso le sue politiche protezionistiche, creano un clima di incertezza che rende qualsiasi previsione un azzardo.

L'Italia, in questo mare in tempesta, ha dimostrato di saper tenere la barra dritta, ma è altrettanto vero che le scelte di politica economica di Washington o di Pechino possono avere ripercussioni immediate su un'economia aperta e fortemente dipendente dalle esportazioni come la nostra. La sfida, dunque, è duplice: da un lato, consolidare questa fragile crescita e fare in modo che non si esaurisca in un fuoco di paglia; dall'altro, costruire gli anticorpi per difendere il sistema produttivo dagli shock esterni che, puntualmente, si ripresentano a cadenza sempre più serrata.

Il fatto che Giorgetti abbia parlato di un traguardo dell'1% senza nascondere le difficoltà, anzi ammettendo i limiti dell'azione di governo, è forse il segnale più autentico di una consapevolezza che supera le appartenenze politiche: l'Italia è rimasta in superficie, ma per tornare a navigare a velocità sostenuta serve una bussola e un equipaggio che remi nella stessa direzione, lasciando da parte per un momento le polemiche e concentrandosi sugli strumenti per rendere quella crescita, finalmente, un fatto concreto e non solo un dato statistico.

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