Consiglio Ue a Cipro, Merz stoppa il debito comune e l’allargamento a Kiev

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il vertice informale dei Ventisette, ospitato da Cipro nella sua qualità di presidenza di turno del Consiglio dell’Unione, si è chiuso senza quell’annuncio di rottura che molti attendevano sul fronte dell’allargamento a est. Il futuro di Kiev nell’Unione resta infatti appeso a un filo sottilissimo: i leader, pur riaffermando la propria vicinanza, hanno di fatto frenato ogni ipotesi di adesione precoce, preferendo concentrare il sostegno su aiuti concreti piuttosto che su passi formali verso l’integrazione. Sul tavolo, in particolare, giaceva un dossier finanziario imponente, quello del maxi prestito da 90 miliardi di euro, la cui erogazione è stata finalmente sdoganata dopo la caduta del veto ungherese, un veto che per mesi aveva tenuto in scacco l’intero meccanismo di aiuti a Kiev.

Il no secco di Berlino al debito comune

Se sul versante degli aiuti militari e macrofinanziari si registra un’apertura, assai più complesso è stato il confronto sul nuovo quadro finanziario pluriennale, dove il fronte dei falchi del rigore fiscale ha opposto una resistenza insormontabile. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz è stato chiarissimo, escludendo qualsiasi ricorso a nuovo debito comune per finanziare le politiche europee; la sua posizione, netta e argomentata con i consueti argomenti di stabilità, ha bloccato sul nascere le ambizioni di quei Paesi – tra cui figurava anche l’Italia – che vedevano negli eurobond lo strumento ideale per rilanciare la competitività e la difesa comune. Merz sostiene che l’Europa debba imparare a cavarsela con le risorse già disponibili, riorganizzando le priorità di spesa, un approccio che riflette la storica avversione tedesca alla mutualizzazione del debito, una linea solo parzialmente scalfita durante l’emergenza pandemica.

Raid su Odessa e il maxi prestito a Kiev

Mentre i diplomatici discutevano di bilanci e allargamenti, il campo di battaglia ucraino continuava a dettare l’agenda con il suo linguaggio crudo. Raid russi hanno nuovamente preso di mira la città portuale di Odessa, causando vittime e feriti tra la popolazione civile, un promemoria sanguinoso della natura ibrida di questa guerra, combattuta tanto nelle trincee quanto nelle stanze dei bottoni di Bruxelles. Nonostante le macerie e l’inverno appena trascorso, per l’Ucraina arriva però una boccata d’ossigeno finanziario: il prestito da 90 miliardi, i cui fondi sono destinati a sostenere la macchina statale e la ricostruzione, ha ottenuto il via libera definitivo. Un iter complesso, quello del finanziamento, che ha visto l’Europa – sommando i contributi degli Stati membri e quelli della Commissione – affermarsi come il primo finanziatore di Kiev, specialmente da quando Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, ha deciso un congelamento dei fondi americani, riorientando le attenzioni verso altri fronti, come quello mediorientale.

La metamorfosi bellica dell’Ucraina

L’iniezione di capitale occidentale arriva in un momento di relativa e parziale rinascita ucraina. Ogni primavera, dall’inizio dell’invasione russa nel 2022, si è rinnovata l’attesa su chi potesse prendere l’iniziativa strategica; in questo 2026, a differenza del biennio precedente, l’iniziativa sembra decisamente nelle mani di Kiev. Non è solo una questione di morale o di stanchezza del nemico. L’innovazione tecnologica sul campo di battaglia, la crescente produzione interna di armi – favorita da una metamorfosi industriale che ha trasformato un settore obsoleto in un laboratorio bellico all’avanguardia – unita a una certa debolezza strutturale russa, stanno ridisegnando gli equilibri. E così, mentre Merz nega il debito comune e l’allargamento formale resta un miraggio, l’Ucraina incassa le risorse necessarie a combattere, dimostrando che, forse, la vera integrazione europea si gioca più sui contratti di fornitura e sugli investimenti nella difesa che non sulle cerimonie cerimoniali di adesione.

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