Strage di famiglia a Roma, uccisa la figlia disabile poi il suicidio: “Non ce la facevamo più”
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Redazione Interno
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Una strage familiare che ha sconvolto il quartiere romano di Pietralata, dove Luca Abbasciano, 42 anni, e Valentina Pambianco, 41, hanno ucciso la loro figlia Bianca, di soli 5 anni, con un colpo d'arma da fuoco al petto per poi togliersi la vita. I corpi senza vita sono stati rinvenuti ieri mattina all'interno dell'abitazione di via Santa Maria del Soccorso, in un dramma che riporta all'attenzione pubblica la cronica solitudine delle famiglie che si trovano ad affrontare la disabilità grave senza un sostegno adeguato.
Il ritrovamento e la dinamica dell'omicidio-suicidio
Sono stati i familiari, non ricevendo risposte al telefono e preoccupati per il silenzio che si era protratto per ore, a dare l'allarme che ha portato le forze dell'ordine a intervenire nell'appartamento di Pietralata. All'interno della casa, i militari e i sanitari del 118 non hanno potuto fare altro che constatare il decesso dei tre componenti del nucleo familiare, una bambina di 5 anni affetta da una grave disabilità e i suoi genitori.
La ricostruzione della dinamica, affidata ai carabinieri della Compagnia di Roma Casilina, propende per la tesi dell'omicidio-suicidio: secondo gli investigatori, sarebbe stato il padre a esplodere il colpo che ha ucciso la piccola Bianca, per poi spararsi a sua volta insieme alla moglie, in un gesto estremo consumato tra le mura domestiche.
La lettera e il grido di aiuto inascoltato
A fare luce sulle possibili ragioni di un atto tanto drammatico è il contenuto di una lettera ritrovata dagli inquirenti all'interno della casa, nella quale i genitori avrebbero espresso tutto il loro sconforto e la sensazione di essere stati abbandonati a loro stessi. "Da soli non ce la facciamo più", avrebbero scritto Luca e Valentina, parole che testimoniano il progressivo logoramento psicologico subito nel corso degli anni, mentre le condizioni della figlia diventavano sempre più difficili da gestire.
I coniugi si sentivano isolati, privi di qualsiasi forma di aiuto concreto e senza più speranza in un futuro che, giorno dopo giorno, appariva loro come un tunnel senza via d'uscita. La bambina, che non avrebbe frequentato la prima elementare e non avrebbe mai compiuto sei anni, era al centro di un'esistenza fatta di rinunce e di una battaglia quotidiana contro un mondo che, secondo la percezione dei genitori, si dimostrava incapace di accogliere la sua disabilità.
Il commento dello psichiatra Luigi Cancrini
A margine di questa ennesima tragedia familiare, è intervenuto Luigi Cancrini, psichiatra e psicoterapeuta, fondatore del Centro studi di terapia familiare e relazionale, il quale ha puntato il dito contro l'inerzia della politica in materia di salute mentale e sostegno alle fragilità.
"Rispetto ai problemi della salute mentale, la politica non ha l'interesse e la capacità di prendere seriamente in considerazione il problema", ha dichiarato Cancrini, sottolineando come drammi di questo tipo siano spesso il frutto di un profondo senso di abbandono sociale che le istituzioni faticano a riconoscere e contrastare.
Le sue parole arrivano all'indomani del tragico evento, in un momento in cui la cronaca si interroga su cosa possa spingere due genitori apparentemente normali a compiere un gesto così estremo, sopraffatti dalle difficoltà nella gestione quotidiana di una figlia con disabilità grave e dalla mancanza di una rete di supporto territoriale efficace.
Le indagini e i precedenti familiari
Gli investigatori stanno ora cercando di ricostruire gli ultimi giorni di vita della famiglia Abbasciano-Pambianco, ascoltando parenti e vicini di casa per comprendere se vi fossero stati segnali premonitori o richieste d'aiuto precedentemente inoltrate ai servizi sociali.
Non risultano, al momento, particolari trascorsi con le forze dell'ordine o interventi precedenti delle autorità, ma la lettera trovata nella casa di Pietralata rappresenta un elemento chiave che confermerebbe lo stato di profondo disagio mentale in cui versavano i due coniugi, ormai ridotti allo stremo dalla fatica e dalla solitudine.
La piccola Bianca, vittima innocente di una scelta che nessuna ragione potrà mai giustificare, diventa suo malgrado il simbolo di un fallimento collettivo, quello di una società che troppo spesso lascia sole le famiglie più fragili, costringendole ad affrontare l'impresa impossibile di crescere un figlio con gravi patologie senza gli strumenti e il sostegno necessario.
L'ennesimo dramma della disabilità in Italia
Questo tragico evento si inserisce in una lunga scia di casi analoghi che periodicamente sconvolgono l'opinione pubblica italiana, portando alla luce le carenze strutturali di un sistema di welfare che fatica a farsi carico delle situazioni di non autosufficienza e di grave handicap. La mancanza di centri diurni, l'insufficienza degli ausili e delle terapie, la burocrazia asfissiante per ottenere i benefici di legge e la scarsità di personale specializzato sono solo alcuni degli elementi che contribuiscono a creare un contesto di isolamento per molte famiglie.
La strage di Roma, con il suo carico di dolore e di domande senza risposta, rappresenta l'ennesimo campanello d'allarme che suona a vuoto, mentre le istituzioni sembrano procedere per inerzia, restando inerti di fronte a un disagio che, come ha ricordato Cancrini, non viene preso seriamente in considerazione a livello politico.
Il gesto dei genitori di Bianca, seppur nella sua inaccettabilità, è il riflesso di una disperazione che cresce in silenzio, alimentata da un abbandono che non è solo psicologico ma anche concreto, fatto di servizi assenti e di una comunità che troppo spesso volge lo sguardo altrove.
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