L’Europa e la sfida della competitività, tra report d’autore e lo spettro di Trump
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Redazione Esteri
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Il ritiro informale dei Ventisette leader europei, riunitisi nello scenografico castello di Alden Biesen nel cuore della campagna belga, ha riacceso i riflettori su una questione ormai ineludibile: la competitività del vecchio continente. E lo ha fatto richiamando a raccolta due ex premier italiani, Mario Draghi ed Enrico Letta, i cui Corposi rapporti – rispettivamente sul futuro della competitività e sul mercato unico – tornano a essere il faro, seppur in un contesto geopolitico radicalmente mutato. L’ombra di Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, e le sue pressioni commerciali, hanno infatti impresso un'accelerazione improvvisa a dibattiti che rischiavano di rimanere confinati nelle stanze ovattate di Bruxelles. La consapevolezza, emersa durante le discussioni, è che l’Unione si trovi a dover fare i conti con un paradosso: possiede un bacino di 450 milioni di cittadini e 26 milioni di imprese, eppure fatica a trasformare questa dote in una vera potenza economica paragonabile a Stati Uniti e Cina. Il nodo, come emerso dall’intervento di Letta, è un mercato unico ancora incompleto, frammentato da regolamentazioni nazionali che innalzano barriere talvolta superiori a quelle esistenti tra i singoli stati americani. Si tratta di superare quella che molti economisti definiscono una guerra commerciale che l'Europa combatte contro sé stessa, una condizione che, in un'epoca di instabilità crescente, rischia di diventare semplicemente insostenibile.
I nodi emergenti dal confronto: tra semplificazione e nuove regole comuni
Dalle discussioni ad Alden Biesen, a cui hanno preso parte anche i leader delle principali economie europee, sono emerse con chiarezza le differenti sensibilità, se non le divergenze, su come affrontare la sfida. Da un lato, la Francia di Emmanuel Macron spinge per una linea più interventista, che passi per l'emissione di nuova debito comune – gli eurobond – per finanziare investimenti colossali in difesa, tecnologie verdi e intelligenza artificiale, arrivando a teorizzare una politica di "preferenza europea" negli appalti pubblici per proteggere i settori strategici. Di tutt'altro avviso sono la Germania di Friedrich Merz e l'Italia di Giorgia Meloni, che pure condividono l'obiettivo di rilanciare la produttività, ma ritengono la strada maestra sia quella di una massiccia deregolamentazione e della riduzione degli oneri burocratici, senza chiudersi al commercio globale. Una posizione, quest'ultima, che punta a creare un ambiente più favorevole per gli investimenti e le startup, in cui il capitale di rischio possa circolare con maggiore libertà. La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, chiamata a mediare tra queste opposte visioni, ha provato a tracciare un solco intermedio: da un lato ha sposato la necessità di un balzo in avanti nel completamento del mercato unico, dall'altro ha avvertito che la "preferenza europea" deve essere maneggiata con cautela, senza scivolare in un protezionismo che finirebbe per isolare il continente.
Il '28esimo regime' e l'unione dei mercati dei capitali come risposte concrete
Se le divergenze sulle macro-questioni relative al debito e al protezionismo rimangono profonde, un certo grado di consenso sembra emergere attorno ad alcuni strumenti operativi più concreti. Tra questi, spicca l'idea di creare un cosiddetto "28esimo regime" per le imprese, una sorta di statuto societario opzionale e uniforme valido in tutta l'Unione, che consentirebbe alle startup di operare oltre confine senza doversi districare tra 27 differenti ordinamenti giuridici e fiscali. L'obiettivo, ambizioso, è quello di consentire la registrazione di una società online in 48 ore, con norme chiare e semplificate per attrarre investimenti e favorire il passaggio dalla fase di start-up a quella di scala. Parallelamente, procede il cantiere per l'Unione del Risparmio e degli Investimenti, una riforma considerata cruciale per incanalare gli enormi capitali privati europei – attualmente frammentati tra i mercati nazionali – verso investimenti produttivi e innovativi. L'idea è di creare un mercato dei capitali profondo e liquido, capace di competere con quello americano, riducendo la dipendenza del sistema produttivo dal credito bancario. Su questo fronte, la von der Leyen ha lanciato un segnale chiaro: se non si riuscirà a procedere compatti in 27, si ricorrerà allo strumento della cooperazione rafforzata, consentendo a un gruppo di paesi più ambiziosi di avanzare più speditamente.
L'energia e la semplificazione: i cantieri aperti per il rilancio industriale
A completare il quadro delle discussioni, due temi di scottante attualità: il costo dell'energia e la burocrazia. L'alto prezzo dell'elettricità, spesso legato alla dipendenza dai combustibili fossili e alla mancanza di interconnessioni, è stato identificato come uno dei principali fattori di svantaggio competitivo per le industrie europee, da quelle energivore come l'acciaio e la chimica fino al settore automobilistico. La ricetta, su cui c'è ampio accordo, è quella di accelerare sulla transizione verde, investendo in rinnovabili e infrastrutture di rete, come dimostra il progetto dell'isola energetica di Bornholm nel Baltico. L'energia pulita e prodotta in casa, si sostiene, non è solo una scelta ambientale ma una leva strategica per l'indipendenza e l'abbattimento dei costi. Quanto alla burocrazia, definita da più parti come una tassa occulta che grava sulle imprese, la Commissione ha già messo in campo dieci pacchetti "omnibus" per la semplificazione, promettendo una riduzione degli oneri amministrativi per 15 miliardi di euro l'anno. Ma l'avvertimento, raccolto anche dai leader, è che gran parte della zavorra burocratica non proviene da Bruxelles, bensì dalle "gilding", quelle sovrastrutture regolatorie che i singoli stati membri aggiungono alle direttive europee, creando di fatto nuove frammentazioni e vanificando gli sforzi di armonizzazione.




