Inflazione a febbraio, l'Istat rivede al ribasso le stime ma il carrello della spesa corre verso i 700 euro annui
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Redazione Economia
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Il quadro dell’inflazione italiana per il mese di febbraio, dopo una prima lettura che sembrava delineare un’accelerazione più marcata, viene ridimensionato dall’Istat, sebbene l’orizzonte per i bilanci familiari resti carico di tensioni. L’Istituto nazionale di statistica, nei dati definitivi diffusi nelle ultime ore, ha corretto al ribasso la stima preliminare, portando la crescita tendenziale dei prezzi al consumo all’1,5%: si tratta di un decimale in meno rispetto all’1,6% comunicato in precedenza, un aggiustamento che, pur contenuto, modifica la percezione dell’entità della fiammata congiunturale. Su base mensile, la variazione si attesta ora a +0,7%, anch’essa in calo rispetto allo 0,8% inizialmente ipotizzato, ma ciò che preoccupa analisti e consumatori è la composizione di questo rincaro e la sua persistenza su alcune voci di spesa particolarmente sensibili per le tasche degli italiani.
A sostenere la dinamica dei prezzi, come emerge dalle rilevazioni, è in particolare l’andamento del cosiddetto "carrello della spesa", quei beni alimentari e per la cura della casa e della persona che rappresentano l’acquisto quotidiano per eccellenza. Nonostante la revisione al ribasso del dato generale, questa specifica componente mostra un incremento tendenziale del 2,0%, in lieve rialzo rispetto all’1,9% di gennaio, un segnale che indica come i beni di prima necessità continuino a subire pressioni al rialzo. Parallelamente, l’inflazione di fondo, che depura il calcolo dalle voci più volatili come l’energia e gli alimentari freschi, subisce un’impennata passando dall’1,7% al 2,4%, un dato che allarma gli economisti perché indica un radicamento più profondo e strutturale della crescita dei prezzi, non più legato esclusivamente a fattori contingenti o stagionali.
Analizzando nel dettaglio le singole voci che compongono l’indice, si scopre come l’accelerazione sia guidata principalmente da alcuni comparti specifici. I servizi relativi ai trasporti, ad esempio, hanno visto un balzo dal +0,7% al +2,9% su base annua, mentre i servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona sono passati da un già sostenuto +3,0% a un ancor più significativo +4,9%. A questi si aggiungono gli alimentari non lavorati, come frutta e verdura, che registrano un incremento del 3,7%, un valore che incide direttamente sulle scelte di consumo delle famiglie, costrette a rivedere le proprie abitudini alimentari per far quadrare i conti a fine mese. L’unico vero fattore di contenimento, in questo scenario, rimane il prezzo degli energetici, che continua a segnare una flessione tendenziale del 6,6%, sebbene questa dinamica al ribasso non sia sufficiente a compensare i rincari diffusi negli altri settori.
L’impatto concreto di questi numeri sulla vita quotidiana viene quantificato dalle elaborazioni delle associazioni dei consumatori, che traducono le percentuali in euro sonanti. Secondo i calcoli dell’Unione Nazionale Consumatori, l’aumento del costo della vita si traduce, per una famiglia media, in una spesa aggiuntiva che può variare sensibilmente da città a città, con un record negativo assoluto registrato a Milano. Nel capoluogo lombardo, dove l’effetto trainante delle Olimpiadi invernali ha verosimilmente amplificato le dinamiche inflazionistiche, il tasso di crescita dei prezzi ha raggiunto il 3,9%, con un esborso annuo supplementare che sfiora i 1.200 euro per nucleo familiare, il valore più alto sull’intero territorio nazionale. Una situazione diametralmente opposta a quella di città come Brescia, che si conferma invece tra le realtà meno colpite in Lombardia, con un incremento annuo limitato all’1,1% e una ricaduta economica di poco superiore ai 330 euro, o a Pisa, che guida la classifica delle città virtuose con un rincaro prossimo allo zero.
Osservando la situazione dalla Riviera romagnola, il quadro che emerge è quello di un’economia, quella riminese, fortemente dipendente dal turismo e dai servizi, che si trova a dover fare i conti con una doppia pressione. I dati territoriali diffusi dall’Istat, ripresi dalle associazioni di categoria locali, fotografano per Rimini un aumento dei prezzi dell’1,8%, che si traduce in un aggravio di circa 500 euro annui per le famiglie. Ma è il grido d’allarme lanciato da Confesercenti a destare maggiore preoccupazione: il caro energia, pur con le quotazioni del gas e dell’elettricità in calo rispetto ai picchi del recente passato, continua a rappresentare un fardello insostenibile per le imprese del settore, dagli hotel ai ristoranti. Le stime nazionali parlano di un possibile aggravio complessivo fino a 14 miliardi di euro per le famiglie italiane tra carburanti e bollette, una voce di costo che per le attività ricettive si traduce in margini di guadagno sempre più risicati e in una minore capacità di investimento, con il rischio concreto di perdere competitività rispetto ad altre mete turistiche europee.
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