Alice De André, il peso di un cognome e il racconto del bullismo: “Al liceo volevano legarmi a una sedia”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il palcoscenico del Todi Festival si prepara ad accogliere una delle eredi più celebri della musica italiana, Alice De André, che il 28 agosto al Nido dell’Aquila porterà in scena il suo monologo “Alice (non canta) De André”. Accompagnata al violoncello da Giulia Monti, l’attrice e autrice si addentra in un racconto intimo che mescola memoria familiare e identità personale, lontano dalle note che hanno reso celebre il nonno Fabrizio ma profondamente legato a quella eredità culturale e umana.

In un'intervista rilasciata in vista dell'evento umbro, Alice ha rotto il silenzio su episodi dolorosi del suo passato, rivelando di aver subito atti di bullismo durante gli anni del liceo, quando alcuni compagni di classe arrivarono a creare un gruppo dedicato a pianificare violenze nei suoi confronti.

Il racconto del bullismo e la psicanalisi come strumento di salvezza

Nel corso della chiacchierata, Alice De André ha rievocato con lucidità un periodo buio della sua adolescenza, raccontando che i coetanei avevano scritto minuziosamente tutto ciò che intendevano farle: dalla fantasia di legarla a una sedia fino a quella di gettarla giù dalle scale. Un'esperienza traumatica che, a distanza di anni, l'ha portata a riflettere sull'importanza della cura mentale e del supporto psicologico.

La nipote di Faber ha sottolineato come il percorso psicanalitico, intrapreso fin da bambina e proseguito con diversi interlocutori, rappresenti per lei una pratica fondamentale, quasi una necessaria igiene dell'anima, utile non solo per chi vive grandi traumi ma per chiunque senta il bisogno di concedersi uno spazio di ascolto autentico.

«Si tratta di un momento, un'ora che ti concedi per liberarti da tutte quelle cose che ti trascini dietro», ha spiegato, ribadendo che salire su un palco insieme a uno psichiatra non le provoca alcun disagio, anzi, è parte integrante di un percorso di consapevolezza che non ha mai smesso di coltivare.

Il peso del cognome De André tra onore e rifiuto

Portare un cognome che ha segnato la storia della canzone d'autore italiana, quello di Fabrizio De André, e avere un padre come Cristiano De André, cantautore e musicista di talento, è per Alice un fardello che ha imparato a gestire nel tempo, tra fasi di totale rifiuto e momenti di profonda accettazione. Da un lato, il prestigio e le aspettative che quel nome porta con sé rappresentano un onore immenso, ma dall'altro generano pregiudizi e pressioni che l'hanno spinta, in alcuni periodi della sua vita, a volersi completamente staccare da quell'eredità artistica.

Nel suo intervento, Alice ha parlato apertamente della sofferenza patita dal padre Cristiano, costretto a confrontarsi quotidianamente con il mito del padre, e ha ammesso di aver vissuto un rapporto complesso con la propria identità, sentendosi spesso in dovere di salvare il genitore, quasi vestendo i panni di una figura materna. Il cognome, insomma, è stato per lei sia una gabbia dorata che una chiave di volta per comprendere le dinamiche familiari e artistiche che l'hanno circondata sin dalla nascita.

La polemica con Dori Ghezzi e la difesa della memoria del nonno

Recentemente, il nome di Alice De André è finito al centro di un acceso dibattito mediatico in seguito alle polemiche scoppiate per la presenza di Matteo Salvini al Time In Jazz, nella tenuta dell’Agnata. A scatenare la discussione erano state le parole della nipote di Faber, apparse come una difesa intransigente della memoria del nonno, e la successiva replica di Dori Ghezzi, vedova del cantautore, che aveva invitato alla cautela dichiarando al Corriere della Sera: “Cosa ne sa lei del nonno?”.

Una questione che ha messo in luce le frizioni all'interno della cerchia familiare più allargata, con Alice che ha risposto a stretto giro precisando che Dori Ghezzi, pur essendo stata la compagna di Fabrizio, non è considerata un membro stretto della sua famiglia. Una presa di posizione netta, che ha riacceso i riflettori su una discendenza artistica complicata, divisa tra l'affetto per le radici e la necessità di costruirsi un'identità autonoma e indipendente, lontana dalle etichette e dagli inevitabili paragoni con un gigante della musica.

L'approdo a Todi e il monologo tra memoria e Sardegna

Proprio in questa prospettiva di ricerca personale, il debutto al Todi Festival rappresenta per Alice De André un passo significativo nel suo percorso teatrale. Lo spettacolo, che si terrà il 28 agosto alle 19 al Nido dell'Aquila, non è un concerto ma un monologo che intreccia ricordi d'infanzia, aneddoti familiari e il profondo legame con la Sardegna, terra che ha plasmato l'immaginario del nonno e che continua a esercitare un fascino magnetico sull'intera famiglia.

Attraverso la narrazione e le suggestioni musicali del violoncello di Giulia Monti, Alice intende restituire al pubblico un ritratto intimo e autentico della sua storia, fatta di silenzi, parole e una costante negoziazione con l'eredità che porta nel sangue. Un lavoro che non cerca di emulare il passato, ma di interrogarlo e di farlo dialogare con le inquietudini e le scoperte del presente, dimostrando che l'arte, anche quando si allontana dalle note, può essere un potente veicolo di elaborazione del lutto e di costruzione di sé.

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