La scomparsa di Open Var e il parallelo con Calciopoli: l’analisi di Ziliani tra errori arbitrali e scelte di palazzo
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Redazione Sport
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Il programma “Open VAR”, la trasmissione di DAZN che da tre anni entrava nelle pieghe delle decisioni arbitrali della Serie A mostrando audio e motivazioni dietro gli episodi più controversi, è prossimo alla chiusura. Una decisione, quella che si consumerebbe tra le riflessioni della FIGC e dell’AIA, che arriva al termine di una stagione particolarmente tormentata per la classe arbitrale, segnata da errori a ripetizione e da un clima di crescente insofferenza da parte delle società. Il progetto, nato con l’obiettivo dichiarato di avvicinare il pubblico alle dinamiche del Var e di garantire quella trasparenza più volte invocata, sembra aver sortito l’effetto opposto, alimentando un malcontento che qualcuno, all’interno del Palazzo del calcio, ritiene ormai insostenibile. Come riporta l’edizione odierna de La Stampa, la sensazione prevalente tra i vertici federali e associativi è che questa sovraesposizione abbia finito per amplificare le polemiche, minando ulteriormente la serenità di direttori di gara già provati da un complesso ricambio generazionale.
“Era già tutto previsto”: il paragone con Bergamo e Pairetto
Il giornalista Paolo Ziliani, intervenuto sul tema attraverso il suo profilo X, non ha usato mezzi termini per commentare quella che definisce una vera e propria morte annunciata. “All’età di tre anni è improvvisamente venuta a mancare ‘Open VAR’”, scrive Ziliani, ironizzando sulla data fittizia delle esequie, fissata per il 24 maggio, ultima giornata di campionato. La sua analisi, però, scava più a fondo, individuando un inquietante precedente storico. Il parallelo che Ziliani traccia è con la rubrica che, vent’anni fa, gli allora designatori arbitrali Maurizio Bergamo e Pierluigi Pairetto tenevano sulle pagine della Gazzetta dello Sport. Correva l’anno 2004, in piena era Calciopoli, seppur non ancora esplosa giudiziariamente, e quei due personaggi, che di lì a poco sarebbero stati radiati dal calcio per associazione a delinquere, si prestavano a giudicare e promuovere l’operato dei loro arbitri.
Secondo il giornalista, la fine del programma televisivo ricalca quella, ingloriosa, dell’iniziativa cartacea: entrambe, nate con una presunta vocazione alla trasparenza, hanno finito per allontanare ulteriormente la gente dal calcio e dai suoi meccanismi di potere, esacerbando gli animi. L’idea che Ziliani propone è che il “Palazzo” stia mettendo una lapide su uno strumento che, lungi dal riavvicinare i tifosi, ha mostrato le crepe di un sistema, proprio come accadde con le analisi domenicali dei due designatori, teleguidati dalla cosiddetta “Cupola” di Luciano Moggi. La trasmissione, che doveva essere un fiore all’occhiello per la Federcalcio e un unicum nel panorama europeo, con pochi imitatori come la Grecia di Paolo Valeri o la Spagna, rischia di diventare il simbolo di una ritirata strategica.
Il punto di vista dei giornalisti: Ravezzani e il timore dell’oscurantismo
Alle critiche di Ziliani si affiancano le perplessità di altri addetti ai lavori, che vedono nella possibile chiusura del format una sconfitta per l’intero movimento. Fabio Ravezzani, direttore di Telelombardia, ha espresso il suo dissenso con un commento pubblicato sempre sul social X, parlando di una resa del calcio italiano. “Chiudere Open Var è una sconfitta per il calcio”, scrive Ravezzani, attribuendo la decisione alla paura generata da alcuni opinionisti fanatici, agitatori di professione, che con le loro polemiche finirebbero per oscurare la trasparenza nella penosa speranza che i retroscenisti, coloro che raccontano i retroscena, tacciano. Un’osservazione che coglie un aspetto delicato: l’equilibrio tra la necessità di informare e il rischio di fornire costantemente munizioni a chi cerca di delegittimare la classe arbitrale, in un clima che in questa stagione è apparso particolarmente incandescente.
A prendere posizione è stato anche Fabrizio Biasin, che nel suo editoriale per Tuttomercatoweb ha sposato la linea del miglioramento piuttosto che dell’abolizione. Per Biasin, sarebbe un peccato se la trasmissione chiudesse: “Non andrebbe chiusa, andrebbe migliorata”. Nata con lodevoli intenzioni, a suo giudizio è diventata il luogo in cui, senza alcun contraddittorio, i vertici arbitrali negano quasi sempre le loro responsabilità o le ammettono soltanto quando non hanno alternative, ripulendosi la coscienza ai danni di questa o quella squadra. Un monologo, quindi, che fallisce l’obiettivo di un confronto costruttivo e che rischia di trasformarsi in una trincea per la difesa d’ufficio del operato dei fischietti, alimentando un circolo vizioso di polemiche sterili che, alla fine, il Palazzo ha deciso di interrompere mettendo fine all’esperimento.




