‘The drama’, il segreto che scotta: la confessione choc di Zendaya riapre la ferita di Columbine
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La macchina promozionale di The Drama – Un segreto è per sempre, l’atteso film del regista norvegese Kristoffer Borgli, si è trasformata in un campo minato a pochi giorni dal debutto nelle sale italiane, previsto per il primo aprile. Se il red carpet romano al Cinema Adriano si è vestito di festa, con una folla entusiasta che ha accolto Zendaya e Robert Pattinson come se stessero per celebrare un vero matrimonio, dietro le quinte la produzione è finita al centro di un ciclone mediatico che ha ben poco di romantico. A scatenare la polemica non sono le interpretazioni, né la chimica tra i due divi, ma un colpo di scena narrativo – quello che costituisce il “segreto” del Titolo – che ha riacutizzato una delle ferite più profonde e mai rimarginate nella società americana.
La pellicola, inizialmente presentata come una commedia nera romantica, segue la storia di Emma (Zendaya) e Charlie (Pattinson), una coppia apparentemente perfetta e prossima alle nozze. La loro storia d’amore, costruita su incontri casuali in caffè alla moda e un’esistenza agiata tra Boston e Cambridge, inizia a incrinarsi durante un gioco in cui gli amici si sfidano a rivelare “la cosa peggiore che abbiano mai fatto”. È in quel frangente che il racconto vira bruscamente verso l’abisso: secondo quanto emerso da diverse fonti, la rivelazione di Emma riguarda un progetto di strage scolastica risalente alla sua adolescenza, un piano che lei stessa fermò all’ultimo momento senza mai portarlo a termine.
A gettare benzina sul fuoco, amplificando la portata della polemica prima ancora che il film sia stato distribuito capillarmente, è stata la reazione di chi quella ferita l’ha subita sulla propria pelle. Tom Mauser, il cui figlio Daniel perse la vita a soli quindici anni durante il massacro della Columbine High School del 1999, ha definito la scelta narrativa “orribile”. Mauser, diventato negli anni un attivista per il controllo delle armi, ha espresso tutto il suo disgusto per l’utilizzo di un tema così tragico all’interno di una cornice che lui stesso ha definito quella di una commedia romantica, sottolineando come la presenza di una star amatissima come Zendaya rischi di “umanizzare” gli autori di stragi e “normalizzare” la violenza nelle scuole, anche solo evocandola.
Un’attrice divisa tra il divismo e la delicatezza di un tema scottante
L’attenzione si è rapidamente spostata dal regista Borgli alla protagonista, Zendaya, finita suo malgrado al centro della bufera per il modo in cui ha affrontato pubblicamente il tema. La sua recente apparizione al Jimmy Kimmel Live! – durante la quale, ridendo e scherzando, aveva parlato della difficoltà di definire il genere del film, descrivendolo come “una commedia romantica in molti modi ma anche un dramma” – è stata aspramente criticata da Mauser, che l’ha ritenuta fuori luogo e poco rispettosa della sensibilità del soggetto. L’attrice, nel corso dell’intervista, aveva invitato il pubblico a non rivelare il colpo di scena per permettere a tutti di vivere l’esperienza cinematografica senza preconcetti, un tentativo di gestire l’inevitabile passaparola che però non ha scalfito la dura presa di posizione del padre di una vittima.
La tensione tra arte e responsabilità nell’America dei Trump
Mentre la distribuzione mondiale si avvia verso il debutto previsto per il 3 aprile, la casa di produzione A24 ha adottato una strategia di lancio quanto mai cautelativa, limitando le proiezioni anticipate e mantenendo il blocco delle recensioni fino al 31 marzo. Nonostante le prime reazioni del pubblico statunitense siano state generalmente positive, la discussione ha rapidamente travalicato i confini della critica cinematografica per toccare nervi scoperti della politica interna. In un contesto storico in cui il dibattito sulle armi da fuoco resta uno dei più divisivi – e con Donald Trump tornato alla Casa Bianca – la rappresentazione della violenza di massa in un prodotto di intrattenimento di massa assume contorni politici inevitabili.
Il regista Borgli, noto per la sua capacità di mescolare generi e sovvertire le aspettative, sembra aver volutamente forzato il linguaggio della commedia per affrontare l’inaccettabile. Eppure, la scelta di collocare un momento di tale gravità nel di un film pensato per un pubblico vasto – e di affidarlo a due icone del cinema contemporaneo – ha riaperto la discussione su dove si collochi il confine tra provocazione artistica e sfruttamento del dolore altrui. Il servizio di Sonia Serafini dalla premiere romana, che ritraeva una festa fatta di cartoline nuziali e applausi, sembra oggi appartenere a una dimensione parallela rispetto al dibattito acceso che il film ha scatenato oltreoceano, dimostrando come un’opera di finzione possa trasformarsi, ancor prima di essere vista, in un campo di battaglia culturale.




