La sfida di Trump e quelle basi militari (da 13mila uomini) che a Napoli non si possono toccare
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Redazione Esteri
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Non basta la minaccia, che pure arriva forte e chiara dalla Casa Bianca, per cancellare con un tratto di penna un’impronta logistica costruita nei decenni; quando il presidente Donald Trump parla di ritirare le truppe dall’Italia, si scontra con una realtà fatta di numeri e di posizioni strategiche difficili da smantellare. Nel mirino, questa volta, ci sarebbero circa 13mila militari americani distribuiti sul territorio nazionale – una cifra che, se paragonata ad altre piazze europee, appare persino contenuta, ma che nasconde un peso specifico enorme in termini di comando e controllo.
Il primo nodo, forse il più intricato, si chiama Napoli. Lì, tra il golfo e il traffico del lungomare, la Marina americana ha piazzato di fatto il suo quartier generale per l’intero continente. È la sede della Sesta flotta, uno snodo da cui passano le decisioni operative per il Mediterraneo e non solo; smuovere quella struttura significherebbe doverla ricollocare altrove, un’operazione che i tecnici del Pentagono, in queste ore di accuse incrociate, descriverebbero come un vero e proprio salto nel buio logistico. E poi ci sono gli aeroporti, i depositi di carburante, le rotte che nessuna mappa ufficiale rivela mai del tutto. In ballo non ci sono solo i posti di lavoro – che pure rappresentano un indotto miliardario per l’economia locale – ma la capacità stessa degli Stati Uniti di proiettare potenza a sud del vecchio continente.
Non è un caso, del resto, che l’attenzione si sia spostata di colpo sull’Italia dopo il “no” secco arrivato dalla Sicilia. Quando gli americani avevano chiesto di usare le piste dell’isola per appoggiare le operazioni belliche contro l’Iran, il governo italiano ha opposto un rifiuto categorico, una linea che ha fatto infuriare l’amministrazione Trump. A quella mossa diplomatica, che sa di disobbedienza, è seguita la rappresaglia verbale: “Perché dovrei tenere i miei soldati lì, se non ci aiutano?”. Una frase che, riportata dai media internazionali, sembrava un addio, ma che forse nascondeva più un tentativo di ricatto negoziale che una reale strategia di smantellamento.




