Trump e la dottrina Monroe nel solco di Tucidide
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Redazione Esteri
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Correva l’anno 2017, quando Steve Bannon, ideologo di primo piano del movimento Maga e allora Chief Strategist del presidente Donald Trump, distribuiva ai collaboratori copie della "Guerra del Peloponneso". Il testo di Tucidide, in particolare il quinto libro che contiene il celebre dialogo dei Meli, diventava un prontuario per la nuova amministrazione, fornendo un crudo paradigma di realpolitik in cui il potere, esercitato dai forti sui deboli, si manifesta senza infingimenti. Quella lezione, che sembrava aver ispirato le relazioni con i Paesi considerati "cortile di casa", trova oggi una sua inquietante attualizzazione, dopo l'operazione Absolut Resolve che ha portato alla cattura e all'estradizione negli Stati Uniti di Nicolás Maduro.
Il riflesso immediato sull'America Latina
L'azione militare e giudiziaria contro Caracas, presentata dalla Casa Bianca come una necessaria risposta al narcotraffico transnazionale e alla destabilizzazione regionale, ha prodotto un effetto domino che nessun analista, forse, aveva previsto con tanta rapidità. La Colombia, storicamente in prima linea nella lotta ai cartelli, ha formalmente richiesto un sostegno più diretto per contrastare le milizie dell'Eln, mentre l'Avana ha compiuto una mossa sorprendente, ridimensionando bruscamente il ruolo di Díaz-Canel all'interno della propria struttura di potere. Ma è dal Messico, dove la neoeletta presidentessa Claudia Sheinbaum ha avviato un'aperta cooperazione in materia di sicurezza, che arriva il segnale più chiaro di un riallineamento forzato, il quale pare riscrivere i confini dell'influenza statunitense secondo canoni che ricordano, in modo plateale, gli assunti della dottrina Monroe.
Le reazioni nella diaspora e le fratture interne
Oltreoceano, le proteste di piazza non si sono fatte attendere, raccogliendo centinaia di persone in cortei come quello partito dall'Esquilino a Roma e diretto verso l'ambasciata americana. Durante il percorso, l'astio per quello che viene percepito come un intervento neo-coloniale si è materializzato nel rogo simbolico di tre bandiere a stelle e strisce, gesto estremo di una solidarietà che però fatica a nascondere il profondo smarrimento di chi osserva da lontano. A Caracas, intanto, la transizione si annuncia tutt'altro che lineare: Delcy Rodríguez, nell'intento di imprimere una nuova direzione politica al Paese, ha chiuso i conti con il passato più ingombrante, annunciando persino il rilascio di quattrocento prigionieri politici e esautorando di fatto il ministro dell'Interno. Una mossa che, tuttavia, deve scontrarsi con la ferrea resistenza dello Stato profondo e di settori ancora fedeli all'ex presidente, creando fratture insanabili all'interno dello stesso apparato di potere.
La riorganizzazione degli apparati e il nuovo scenario
Lo smantellamento dell'intelligence venezuelana, costretta a lasciare in fretta e furia la sede dell'Helicoide, e la massiccia epurazione dei vertici della compagnia petrolifera statale Pdvsa, ora sotto una pesante supervisione esterna, disegnano un panorama di controllo capillare. Questi interventi, presentati come necessari per la normalizzazione, rivelano l'applicazione di un modello di dominio che trascende la semplice occupazione militare, agendo invece sulle leve economiche e sulle strutture di sicurezza interna. La lezione tucididea, quella della forza che non ammette discussioni, sembra tradursi in una pratica amministrativa che ridisegna i confini della sovranità, lasciando in eredità un Paese svuotato delle sue prerogative fondamentali e una regione costretta a fare i conti con una potenza egemone che ha scelto di esercitare il suo potere senza più mediazioni.
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