Panatta e il duello Sinner-Alcaraz: «L’uno è un marziano, l’altro pensa a Ibiza. La felicità decide la sfida»
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Redazione Sport
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Il tennis contemporaneo, spesso accusato di essere un circo di puri muscoli e di accelerazioni furiose, trova ancora spazio per letture quasi filosofiche, capaci di scavare nell’anima dei protagonisti piuttosto che limitarsi al mero conteggio dei vincenti. A offrire questa chiave di lettura, con la sua consueta schiettezza che non teme la provocazione, è Adriano Panatta. Il campione del Roland Garros del 1976, osservando da quella distanza che solo un ex fuoriclasse può permettersi, ha infatti azzardato una previsione sul futuro del duopolio composto da Jannik Sinner e Carlos Alcaraz, spostando l’asse del confronto dal piano tecnico a quello esistenziale.
Secondo Panatta, intervistato dal Messaggero e intervenuto anche nel corso di trasmissioni televisive, la vera discriminante tra i due numeri uno del mondo non sarà tanto la potenza del dritto o la qualità della battuta, quanto piuttosto la concezione della felicità che entrambi hanno. Da un lato, l’altoatesino viene descritto come un essere quasi alieno, un "marziano" la cui vita è completamente assorbita dalla disciplina maniacale richiesta dal tennis moderno; tutto, nella sua giornata, è programmato al milligrammo per ottimizzare la resa atletica. Dall’altro, lo spagnolo sembra possedere un approccio più gioioso e meno restrittivo, che lo porta a godersi i frutti del successo – una cena tra amici, una vacanza a Ibiza – senza quella sensazione di colpa che spesso accompagna i grandi campioni.
«Da quello che vedo – avrebbe spiegato l’ex tennista romano – Sinner ha una dedizione assoluta per il tennis, tutto è programmato per ottenere il massimo risultato. Alcaraz ha una concezione della felicità diversa, lui è felice di andare a Ibiza, a divertirsi con gli amici. E questo alla lunga può fare la differenza». È una riflessione, questa, che Panatta non lancia certo dal piedistallo della morale, anzi: la arricchisce con un’incisiva autocitazione, ricordando a chi lo ascolta come la longevità non sia sempre figlia del sacrificio estremo. Se è vero che la forza mentale si esaurisce prima di quella fisica, contrariamente a quanto si tende a credere, allora forse la carriera più breve potrebbe essere quella del più ossessivo; lo dimostra l’esempio di Borg, ritiratosi a soli 26 anni, mentre Panatta stesso – ammettendo una certa incostanza – arrivò a giocarne 33.
La stilettata a Cobolli e l’effetto emulazione
Non si è parlato solo di Sinner e Alcaraz, naturalmente, perché il momento magico del tennis italiano offre molti spunti di conversazione. In particolare, Panatta ha speso parole di elogio per Flavio Cobolli, reduce dalla finale dell’ATP 500 di Monaco di Baviera. Il giovane romano, sebbene sconfitto dall’americano Ben Shelton, ha ricevuto il plauso dell’ex campione non solo per la qualità del tennis espresso, ma per un gesto che va ben oltre il risultato sportivo. In un’intervista rilasciata ai microfoni della Nuova DS su Rai 2, Panatta ha ricordato la commozione di Cobolli dopo la vittoria su Alexander Zverev, una dedica a un ragazzino di 13 anni tragicamente scomparso e legato al suo stesso circolo, il Tennis Club Parioli.
«Flavio ci ha fatto vedere di che pasta è fatto anche oltre il campo» ha dichiarato Panatta, sottolineando come certi valori umani, in un ambiente sempre più spietato come quello della racchetta, facciano la differenza. Cobolli, che vanta un passato nelle giovanili della Roma e che secondo Panatta ha «la gamba da calciatore», rappresenta la punta di diamante di una generazione cresciuta a pane e Sinner. L’effetto emulazione, paragonabile a quello che fu per lo sci con Alberto Tomba, sta letteralmente cambiando il volto del movimento italiano, rendendolo il più forte del mondo in questo preciso momento storico.
La critica alla gestione Alcaraz e l’errore Ferrero
Se Sinner è un automa perfetto – o meglio, un marziano – Alcaraz rischia però di pagare qualcosa anche sul piano della gestione tecnica. Panatta, con la schiettezza che lo contraddistingue, non ha risparmiato una critica allo spagnolo per aver messo in discussione il rapporto con il suo storico coach, Juan Carlos Ferrero. Secondo l’italiano, il murciano ha sbagliato a lasciarsi distrarre da dinamiche esterne o a cercare soluzioni diverse quando il binomio con Ferrero era la garanzia dei suoi successi. «Carlos a 21-22 anni, con tutti i trofei che ha vinto – ha spiegato Panatta – è diventato più intraprendente e ha sbagliato».
È una lettura interessante, perché sposta l’asse del possibile declino dell’iberico non tanto dalla mancanza di talento – che è immenso – quanto dalla dispersività mentale e dalla fiducia riposta in figure sbagliate. Laddove Sinner, reduce da un periodo straordinario che gli è valso il ritorno al vertice della classifica, prosegue la sua marcia solitaria senza distrazioni, Alcaraz deve fare i conti con una maturità che, a tratti, sembra ancora cercare una direzione precisa.
Il tennis di ieri e l’assenza di rimpianti
Infine, a conclusione di questi interventi che hanno infiammato il dibattito, Panatta ha voluto ribadire un concetto che gli è caro: il rifiuto del paragone tra epoche diverse. «Parlano i fatti: Sinner ha già vinto più di me» ha ammesso, liquidando qualsiasi sterile confronto. Tuttavia, l’ex campione non ha nascosto una certa distanza, quasi un disallineamento generazionale, con il tennis di oggi, che definisce «troppo professionistico e maniacale». Se il tennis attuale viaggia a 200 all’ora con tennisti alti due metri, quello di una volta lasciava più spazio alla tattica, alle furbizie, e persino agli sbagli contro avversari più deboli. Ma nei suoi occhi non c’è amarezza: alla fatidica domanda «Se mi fossi allenato di più, avrei vinto di più?», Panatta risponde con un sorriso e un contro-interrogativo: «Forse, ma sarei stato più felice?». Una lezione di vita che pesa più di qualsiasi impugnatura modificata o angolo di servizio calcolato al computer.




