Israele verso il voto del 27 ottobre, la ferita del 7 ottobre pesa sulle urne

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   A tre anni dall'attacco guidato da Hamas contro Israele, il Paese si prepara a un appuntamento elettorale che si annuncia come il più incerto degli ultimi decenni. Le elezioni parlamentari sono fissate per il 27 ottobre e segnano una circostanza inedita: per la prima volta dal 1988, la Knesset arriva a scadenza naturale senza essere stata sciolta in anticipo. Un dettaglio che, in un sistema politico abituato a legislature interrotte e campagne lampo, racconta già molto della posta in gioco.

Il voto arriva dopo l'offensiva militare su Gaza, formalmente conclusa il 10 ottobre 2025 con quella che molti osservatori definiscono una tregua ibrida, e dopo oltre due anni di conflitto su più fronti.

Un equilibrio fragile tra i blocchi

I sondaggi pubblicati nelle settimane che precedono il voto delineano un quadro di sostanziale stallo. Secondo le rilevazioni più recenti, il blocco guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu si attesta intorno ai 51 seggi, mentre le formazioni di opposizione si fermano a quota 53. Nessuno dei due schieramenti riesce a raggiungere la soglia dei 61 seggi su 120 necessaria per formare un governo.

Il partito Yashar dell'ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, che nelle prime fasi della campagna sembrava poter trainare l'alternativa, ha registrato un arretramento nelle ultime settimane, scendendo a 21 seggi. Il Likud resta la prima forza del blocco di centrodestra, ma il quadro frammentato rende qualsiasi maggioranza un puzzle complesso.

Il peso del 7 ottobre e la questione della responsabilità

L'attacco del 7 ottobre 2023, costato la vita a circa 1.200 persone e accompagnato dal rapimento di 251 ostaggi, continua a proiettare la sua ombra sulla campagna elettorale. Un sondaggio dell'Istituto Israeliano per la Democrazia ha rilevato che il 68% degli intervistati ebrei considera gli eventi di quella giornata un fattore centrale nelle proprie scelte di voto.

La domanda sulla responsabilità politica del governo per quanto accaduto resta sul tavolo: secondo una rilevazione diffusa dalla televisione N12, il 65% degli israeliani ritiene che Netanyahu abbia una responsabilità diretta nel fallimento del 7 ottobre, mentre quasi il 90% gli attribuisce una qualche forma di responsabilità. Si tratta di dati che, come notano gli analisti, mostrano una opinione pubblica ancora in movimento su un tema che nessun candidato può ignorare.

Il nodo dei rapporti con Washington

Sullo sfondo della competizione elettorale si stagliano le relazioni con gli Stati Uniti, che nelle settimane precedenti al voto hanno mostrato segnali di attrito. L'incontro alla Casa Bianca tra Netanyahu e il presidente Donald Trump, avvenuto alla fine di luglio, è stato descritto da entrambe le parti come positivo, ma gli osservatori hanno letto nella visita una missione di ricucitura dopo mesi di divergenze su Iran, Gaza e Libano.

Un alto funzionario israeliano ha riferito all'emittente Channel 12 che Netanyahu ha presentato a Trump una valutazione secondo cui non ci sarebbe alternativa a ulteriori colpi contro le strutture nucleari iraniane. Per il primo ministro, mostrare di avere ancora un canale privilegiato con la Casa Bianca rappresenta un asset politico non secondario, soprattutto in una fase in cui la fiducia nelle istituzioni israeliane, misurata dall'Istituto per la Democrazia, è scesa al 34% nel 2025, contro il 61% del 2012.

Le alleanze in campo e le incognite del dopo voto

La mappa delle alleanze appare fluida. I due ex premier Naftali Bennett e Yair Lapid hanno dato vita a una lista congiunta, denominata Beyahad, con l'obiettivo dichiarato di mettere fine all'era Netanyahu. Eisenkot, dal canto suo, ha escluso la possibilità di entrare in coalizione con i partiti guidati da cittadini palestinesi di Israele, che secondo le proiezioni potrebbero conquistare una dozzina di seggi. Una preclusione che, se confermata, complica non poco il percorso di chiunque voglia costruire un'alternativa al governo uscente.

Il quadro che emerge è quello di una Knesset profondamente frammentata, in cui la partita potrebbe non chiudersi il 27 ottobre e rimandare a ulteriori passaggi parlamentari.

Temi economici e sicurezza nelle priorità degli elettori

Le urne diranno anche quanto peseranno, nella scelta degli israeliani, questioni diverse dalla sicurezza. Una ricerca dell'Istituto Israeliano per la Democrazia ha indicato che il 41% degli intervistati colloca l'economia e il costo della vita tra i due temi più importanti, mentre il 38% indica politica estera e sicurezza. Il 27% cita la coscrizione militare, con particolare riferimento alla spinosa questione del servizio degli ebrei ultraortodossi, e il 26% il rapporto tra religione e Stato.

La riforma della giustizia, che pure aveva dominato il dibattito pubblico nel 2023, raccoglie soltanto il 18% delle preferenze, a conferma di come la guerra abbia ridefinito le priorità dell'elettorato.

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