Iran, il potere dei Pasdaran e la paura dei vicini mentre Trump minaccia un attacco limitato
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Redazione Esteri
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Il confronto tra Stati Uniti e Iran è entrato in una fase di pericolosa accelerazione, con la diplomazia che arranca e le opzioni militari che tornano prepotentemente sul tavolo. Dopo due round di negoziati indiretti a Ginevra, mediati dall'Oman, da cui è emersa un’intesa di massima su alcuni “principi guida” per un potenziale accordo, la finestra per una soluzione pacifica sembra restringersi di ora in ora -1. Il presidente americano Donald Trump, che non ha mai nascosto la sua preferenza per la pressione massima, ha di fatto lanciato un ultimatum, parlando di una finestra di dieci-quindici giorni per raggiungere un'intesa, altrimenti, nelle sue parole, “accadranno cose brutte” -2.
È in questo clima di tensione che si inseriscono le esercitazioni navali congiunte tra Iran e Russia nel Golfo di Oman e nell'Oceano Indiano settentrionale, un'operazione che ha visto impegnate forze speciali e unità missilistiche di entrambi i paesi, coordinate per simulare, tra l'altro, la liberazione di una nave sequestrata -2. Mosca, del resto, attraverso il suo inviato presidenziale Nikolay Patrushev, ha ribadito la volontà di costruire un “ordine multipolare” anche sui mari, sfruttando piattaforme come i BRICS per contrapporsi a quella che definisce egemonia occidentale -10. La scelta di condurre queste manovre subito dopo i colloqui di Ginevra, e mentre due portaerei americane, la USS Abraham Lincoln e la USS Gerald R. Ford, si posizionano nelle acque del Medio Oriente, non è certo casuale e rappresenta una chiara risposta sul campo alla minaccia percepita da Teheran -2-5.
L’ombra dei Pasdaran e l’ipotesi di un’operazione chirurgica
Sul fronte interno iraniano, a giocare un ruolo centrale in questa crisi è il delle Guardie della Rivoluzione Islamica, i Pasdaran. Questa struttura militare, nata all'indomani della rivoluzione del 1979 per proteggere il sistema teocratico, è oggi una potenza economica e politica che controlla fette significative dell'economia nazionale e risponde direttamente alla guida suprema, l'ayatollah Ali Khamenei -4-8. Forti di un budget militare stimato tra i 6 e i 9 miliardi di dollari e forti di un organico che può raggiungere le 200mila unità, i Pasdaran non sono solo un esercito, ma un impero nell'impero, con le loro ramificazioni esterne, come la Forza Quds, e il loro controllo sul territorio attraverso la milizia dei Basij -4-8. È proprio contro le infrastrutture riconducibili a questo potere che potrebbe concentrarsi un eventuale attacco americano.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, l'amministrazione Trump starebbe valutando seriamente l'opzione di un “attacco preliminare limitato”, mirato a colpire siti militari o governativi specifici, con l'obiettivo di costringere Teheran a cedere sulle sue richieste relative al programma nucleare -2-7. Questa ipotesi, che potrebbe concretizzarsi nell'arco di pochi giorni se il presidente darà il via libera, rappresenterebbe un'escalation calcolata, una via di mezzo tra l'immobilismo e una campagna su larga scala come quella dello scorso giugno, denominata “Operazione Midnight Hammer”, che aveva già preso di mira gli impianti di Natanz, Fordow e Isfahan -1-3. L'idea sarebbe quella di aumentare gradualmente la pressione, colpendo dapprima obiettivi selezionati per poi allargare il raggio d'azione, fino a quando il regime non dovesse abbandonare le sue ambizioni nucleari -7. Fonti vicine al dossier riferiscono che la Casa Bianca avrebbe un orizzonte temporale molto ristretto per decidere, con alcune indiscrezioni che parlano di una possibile operazione già nel fine settimana -2.
La diplomazia corre, gli apparati militari si schierano
Mentre i politici parlano, i militari si muovono. Il rafforzamento della presenza americana è sotto gli occhi di tutti: decine di aerei da carico hanno trasportato equipaggiamenti in Giordania, Bahrain e Arabia Saudita, mentre cacciabombardieri F-15 sono stati posizionati in basi avanzate in Giordania -5. Non solo, anche gli assetti aerei dislocati nel Regno Unito, come le petroliere per il rifornimento in volo e i caccia, sono in fase di riposizionamento più vicino al teatro mediorientale -5. Dall'altra parte, l'Iran ha risposto con le proprie esercitazioni, chiudendo temporaneamente parti dello Stretto di Hormuz, un passaggio vitale per il flusso di circa il 20% del petrolio mondiale -1-5. I comandanti dei Pasdaran, dal canto loro, non risparmiano toni minacciosi: il capo di stato maggiore delle forze armate iraniane, Abdolrahim Mousavi, ha avvertito Trump che intraprendere un conflitto significherebbe ricevere “dure lezioni”, mentre il comandante aerospaziale delle Guardie, generale Majid Mousavi, ha rivendicato con orgoglio la potenza dei propri missili, pronti a rispondere a qualsiasi “grande e bellissimo bombardiere” americano -5.
I negoziati, nel frattempo, procedono a rilento e in un clima di profonda sfiducia. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, aveva parlato di progressi e di un quadro più chiaro per la stesura di un possibile accordo, ma le posizioni di partenza restano distanti anni luce -1-5. Washington, come ribadito dal vicepresidente J.D. Vance, insiste su linee rosse che Teheran non avrebbe ancora affrontato, a partire dalla richiesta di fermare completamente l'arricchimento dell'uranio, una condizione che per l'Iran è inaccettabile -1. Gli iraniani, pur mostrando aperture su dossier come lo sfruttamento congiunto di giacimenti petroliferi o investimenti in miniera, non intendono cedere su quello che considerano un diritto inalienabile all'energia nucleare a scopi civili -9.
Il vero nodo, forse, è un altro e riguarda ciò che accadrebbe dopo un eventuale crollo del governo di Teheran. Fonti vicine all'intelligence americana rivelano che, a differenza di quanto avvenuto in Venezuela, manca una chiara comprensione di chi potrebbe prendere il posto dell'attuale leadership. L'ipotesi più concreta, nel breve termine, è che proprio i Pasdaran, la forza più organizzata e radicata, finirebbero per colmare il vuoto di potere, un esito che difficilmente gli alleati regionali degli Stati Uniti, già in ansia per una possibile escalation, potrebbero giudicare positivamente -5. In questo contesto, i paesi del Golfo, ad eccezione di Israele che spinge per un intervento, stanno esercitando pressioni affinché si dia più tempo alla diplomazia, nel timore che qualsiasi azione militare possa innescare una conflagrazione regionale dagli esiti imprevedibili -5.




