Taipei e Washington stringono un patto sui chip, Pechino inveisce: la nuova frontiera della guerra tecnologica

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha siglato, in una mossa destinata a inasprire ulteriormente la tensione con Pechino, un accordo commerciale di ampia portata con Taiwan. L’intesa, annunciata dal Dipartimento del Commercio, prevede una sostanziale revisione dei dazi che Washington applica sulle importazioni dall’isola, riducendoli dal 20 al 15 per cento e allineandoli così ai livelli previsti per i prodotti provenienti dal Giappone e dall’Unione Europea. Una misura, questa, che rientra in una strategia più ampia e articolata, la quale vede al centro la cruciale questione dei semiconduttori, componenti ormai vitali per qualsiasi economia avanzata e per gli apparati di difesa nazionali.

Il controvalore industriale dell'accordo

La riduzione tariffaria, di per sé significativa, non costituisce un gesto unilaterale, bensì la controparte di un impegno economico senza precediti assunto dalle aziende taiwanesi. Queste, molte delle quali leader globali nella fabbricazione dei chip, si sono impegnate a investire almeno duecentosettantacinque miliardi di dollari sul suolo americano. La somma, ingente, è suddivisa in due capitoli distinti: duecentocinquanta miliardi saranno destinati allo sviluppo della produzione locale di semiconduttori, obiettivo strategico dichiarato dell’esecutivo Trump, mentre i restanti venticinque miliardi verranno impiegati per rafforzare l’intero ecosistema e la catena di approvvigionamento del settore negli Stati Uniti. Un’operazione che risponde alla domanda retorica, ma di sostanza, posta pubblicamente dal segretario al Commercio Howard Lutnick: “Se non sei in grado di produrre i tuoi chip, come puoi difenderti?”. L’obiettivo, infatti, è riportare in patria almeno il quaranta per cento della produzione di questi componenti, riducendo la dipendenza da fornitori esteri in una regione del mondo geopoliticamente sensibile.

La reazione immediata e intransigente di Pechino

La reazione della Repubblica Popolare Cinese, per la quale Taiwan è una “parte sacra e inalienabile” del proprio territorio nazionale, non si è fatta attendere ed è stata espressa con la consueta veemenza. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, nel corso del consueto briefing con la stampa, ha dichiarato la “ferma opposizione e contrarietà” di Pechino all’accordo, qualificandolo come un atto che viola i principi fondamentali delle relazioni sino-americane. La posizione cinese, che non ammette eccezioni, si opponde a qualsiasi forma di rapporto ufficiale o formale che Taipei intrattenga con altri stati o soggetti internazionali, considerandolo un passo verso un’ipoteca di sovranità che Pechino non è disposta a tollerare, nemmeno ricorrendo alla forza, come più volte ribadito, qualora lo ritenesse necessario.

La posizione delicata di Taiwan nello scacchiere globale

L’accordo, al di là dei volumi finanziari e delle percentuali tariffarie, fotografa con crudo realismo la posizione delicatissima in cui si trova l’isola, schiacciata tra le due superpotenze in una competizione sempre più accesa. Da un lato, Taipei è costretta ad assecondare le pressioni strategiche di Washington, che offre in cambio una protezione militare e politica essenziale per la sua sopravvivenza di fronte alle pretese di Pechino. Dall’altro, proprio per garantirsi quella protezione e mantenere un margine di autonomia, deve curare con attenzione la sua indispensabilità tecnologica, trasformando la sua supremazia nella produzione di semiconduttori in un’assicurazione sulla vita. È una danza sul filo del rasoio, nella quale ogni mossa economica è, in sostanza, un atto di alto profilo politico e diplomatico, con conseguenze che vanno ben oltre i bilanci delle aziende o le statistiche del commercio internazionale.

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