Leone XIV a Muxima: «L’amore deve trionfare, non la guerra»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   C’è un luogo, nell’entroterra angolano, dove la memoria brucia ancora sotto il sole equatoriale e dove la fede, col tempo, ha plasmato un’architettura spirituale unica. È il santuario di Mamã Muxima, sorto laddove i colonizzatori portoghesi – tra il XVII e il XVIII secolo – smistavano merci e persone ridotte in schiavitù per la deportazione in Brasile. Oggi pomeriggio, papa Leone XIV ha scelto proprio questo spazio di dolore e di redenzione per guidare la recita del Santo Rosario, davanti a una folla oceanica che ballava, cantava e sventolava coroncine giganti, in un tripudio di musica e sudore. «Cari fratelli e sorelle, carissimi giovani, membri della Legione di Maria e devoti di Mama Muxima», ha esordito il Pontefice, definendo la devozione mariana come «antica e semplice, nata nella Chiesa come preghiera per tutti».

La visita, che molti osservatori hanno paragonato – per l’intensità popolare – alla celebre Fatima portoghese, si è trasformata in un lungo abbraccio collettivo. I fedeli, radunati nella spianata davanti al santuario, hanno accolto Francesco (così il Papa, al secolo Jorge Mario Bergoglio, ma qui chiamato col nome pontificale Leone XIV) urlando a squarciagola: «Papa Leão décimo quarto bem-vindo à casa da mamãe». Si suda, si prega, si mangia, e si applaude con un curioso rituale – prima due dita, poi tre, poi quattro – quasi a scandire un ritmo che non vuole interruzioni. In mezzo a loro, il Papa ha chiesto di impegnarsi per «amare ogni persona con cuore materno, in modo concreto e generoso», senza distinzioni né calcoli.

Il Rosario come atto politico e spirituale

Dopo la preghiera, il Pontefice ha parlato a braccio, innestando nel discorso un passaggio destinato a rimanere. «È l’amore che deve trionfare, non la guerra!», ha scandito. «Questo ci insegna il cuore di Maria, il cuore della Mamma di tutti. Partiamo, allora, da questo Santuario come 'angeli-messaggeri' di vita, per portare a tutti la carezza di Maria e la benedizione di Dio». Nessuna citazione diretta di conflitti in corso, nessun riferimento a governi o alleanze: eppure, in una regione ancora segnata da cicatrici di violenza e povertà, le parole hanno assunto il peso di una direttiva morale. L’invito, rivolto in particolare ai giovani, è di costruire un mondo senza guerre, ingiustizie, miseria e disonestà. Un programma, questo, che il Papa ha declinato in gesti quotidiani: «Chi ha fame abbia di che sfamarsi, tutti i malati possano ricevere cure, ai bambini sia garantita un’adeguata istruzione, gli anziani vivano serenamente».

«Una mamma ama i figli pur diversi»

Leone XIV ha parlato in portoghese, alternando frasi fluide a brevi incisi che coinvolgevano direttamente l’assemblea. «Una mamma ama i suoi figli, pur diversi uno dall’altro, tutti allo stesso modo e con tutto il cuore», ha ripetuto. E davanti alla Madre del cuore – così chiamano Maria i fedeli di Muxima – il Papa ha chiesto una promessa collettiva: adoperarsi «senza misura affinché a nessuno manchi l’amore, e con esso il necessario per vivere in modo dignitoso ed essere felice». L’appello non si è perso nell’astratto; ha toccato la carne viva della disuguaglianza, la stessa che per secoli ha attraversato quelle terre. Il santuario, un tempo crocevia di mercanti di uomini, diventava così il simbolo di una conversione possibile: dallo sfruttamento alla cura, dalla deportazione all’accoglienza.

Muxima, la «Fatima» dell’Africa lusofona

Sulla spianata, tra bandiere sbiadite e corone del Rosario di ogni misura, non c’era solo entusiasmo. C’era quella che i devoti chiamano «alegria compenetrada» – gioia penetrata di consapevolezza. Perché Mamã Muxima non è un santuario qualunque: è il cuore pulsante del cattolicesimo popolare angolano, un luogo dove la spiritualità si fonde alla natura selvaggia e dove ogni pellegrino sa di camminare su una terra che ha visto lacrime e sangue. Il Papa, inginocchiandosi davanti all’immagine della Vergine nera, ha voluto restituire dignità a quella memoria. «Siamo angeli-messaggeri di vita», ha detto. Non ha aggiunto altro. I giovani, quelli della Legione di Maria e quelli senza divisa, hanno ripreso il ritornello, mentre il sole calava alle spalle del santuario e la musica riprendeva, più alta di prima.

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