Il progetto del Flaminio piace, ma il rapporto con i tifosi della Lazio resta congelato

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Cinquanta mila cinquecentosettanta posti, una doppia struttura che si regge sulla base in cemento armato disegnata da Pier Luigi Nervi per le Olimpiadi del 1960, e sopra una cupola leggera, sospesa, quasi a voler alleggerire il peso di un’opera che deve tornare a vivere. La Lazio ha svelato ieri a Formello il progetto di riqualificazione dello Stadio Flaminio, e lo ha fatto con i numeri di un investimento da 480 milioni di euro, con le tavole di uno studio firmato dall’architetto Marco Casamonti, con la benedizione del nipote del progettista originale, quel Pierluigi Nervi chiamato a vigilare sulla memoria storica dell’impianto. E poi ancora, a garantire la serietà dell’operazione, i professori della Sapienza e di Roma Tre, i partner di Legends Global per la parte commerciale, la Deloitte e la Luiss per il piano industriale che accompagnerà il club fino al 2032. Il presidente Claudio Lotito ha parlato di visione, di un’eredità per le generazioni future, di un’operazione che non riguarda soltanto i tifosi biancocelesti ma l’intera città di Roma, la sua storia urbanistica, la sua capacità di guardare avanti. Ha annunciato la manifestazione di interesse per candidare l’impianto a sede degli Europei del 2032, ha parlato di sostenibilità economica, di parcheggi delocalizzati fuori dal quartiere, di piste ciclabili, di una cintura verde e di pavimentazioni in grado di ridurre gli agenti inquinanti. Una presentazione, quella andata in scena nel centro sportivo di Formello, curata in ogni dettaglio, con un parterre di relatori che doveva suggerire solidità accademica e spessore tecnico, e che invece, nonostante la mole di informazioni e l’ambizione del disegno, non è riuscita a scalfire più di tanto il muro di diffidenza che da mesi separa la proprietà dalla sua tifoseria.

E il punto, forse, è tutto qui, in questo cortocircuito emotivo che la sola architettura, per quanto innovativa e rispettosa della lezione di Nervi, non riesce a sanare. Perché se è vero che il nuovo Flaminio riaccende l’entusiasmo in molti – l’idea di una casa propria, di un impianto identitario lontano dall’anonymity dell’Olimpico condiviso con i cugini giallorossi, ha sempre esercitato un fascino potente sulla piazza – è altrettanto vero che la giornata di ieri ha fotografato una distanza che pare incolmabile. I tifosi della Lazio, quelli organizzati e non, guardano al progetto, lo studiano, ne valutano i dettagli tecnici e la fattibilità, ma poi alzano lo sguardo e vedono il contesto, e quel contesto è fatto di anni di polemiche, di un rapporto logoro con il presidente, di una contestazione che nelle ultime settimane si è espressa nel modo più rumoroso che il tifo conosca: il silenzio dell’assenza. Lo ha detto bene, del resto, Ivan Zazzaroni intervenendo ai microfoni di Radiosei, quando ha osservato che l’assenza della Curva Nord ha un rumore terribile, che quando una tifoseria smette di andare allo stadio manda un segnale più forte di qualsiasi striscione o coro offensivo. È un film che non piace più, e allora si smette di andare al cinema. E in questa metafora, il progetto del Flaminio rappresenta la promessa di un nuovo blockbuster, ma la sala resta vuota perché la fiducia nel produttore, per usare la stessa similitudine, è ai minimi storici.

Lotito e il sogno della Lazio immortale, tra debiti da risanare e candidature internazionali

Nel suo intervento in conferenza stampa, Lotito ha usato parole pesanti, dense di significato, parlando di una Lazio da rendere immortale, di un progetto che deve camminare sulle gambe della sostenibilità e del rispetto delle regole. Ha detto che ogni tifoso sogna uno stadio pieno, moderno, identitario, e che anche lui lo sogna. Ma ha subito aggiunto che il sogno non può prescindere dall’equilibrio economico, quasi a voler mettere le mani avanti, a spiegare che la strada sarà lunga e che non si possono fare salti nel vuoto. E in effetti i numeri dicono che l’operazione è imponente: ottanta milioni di autofinanziamento, il resto da coprire con fonti terze e con i ricavi che verranno dagli spazi commerciali e dall’hospitality, una nuova società controllata dal club per gestire l’infrastruttura, l’inizio dei lavori previsto per il primo semestre del 2027 e la fine entro il 2031, giusto in tempo per provare a portare gli Europei nella capitale. Il presidente ha anche respinto al mittente le voci di una possibile vendita della società, ribadendo che la Lazio non è sul mercato e che il lavoro fatto in questi anni, con il risanamento di 550 milioni di debiti ereditati dal passato, ha l’obiettivo di chiudere ogni esposizione entro il 2027 e liberare risorse per il futuro. Un quadro, insomma, razionale, programmato, studiato nei minimi dettagli anche con il supporto di consulenti di primo livello. Ma la razionalità, si sa, cozza spesso con la passione, e la passione in questo momento è congelata, in attesa di segnali che non arrivano o che, se arrivano, vengono letti in controluce, interpretati come ennesime mosse di un presidente che pensa solo al mattone e non alla squadra.

L’abbraccio freddo della piazza e quel progetto che deve fare i conti con il presente

Così, mentre a Formello si srotolavano i rendering e si spiegava come sarà il nuovo stadio – quella base in cemento che ospiterà i primi ventimila posti e l’anello superiore che ne aggiungerà altri trentamila, con la visibilità che, assicurano, sarà ottima da ogni settore – fuori dal centro sportivo e dentro i social la musica era diversa. Nessuno mette in discussione la bontà dell’opera, la necessità di restituire alla città uno stadio chiuso e degradato dal 2011, il valore urbanistico di un intervento che dovrebbe rigenerare un intero quartiere. Ma la domanda che serpeggia tra i tifosi è un’altra, e riguarda il campo, la squadra, la competitività. Perché uno stadio nuovo, per quanto bello e moderno, rischia di diventare un gioiello in una vetrina se poi la domenica la Lazio non è all’altezza delle ambizioni che quel gioiello dovrebbe rappresentare. E allora il progetto, per quanto ambizioso e ben confezionato, si scontra con il presente fatto di una squadra che fatica, di una rosa considerata da molti poco competitiva, di un allenatore come Maurizio Sarri che, nonostante abbia un contratto lungo, sembra vivere alla giornata, alimentando voci e illazioni su un possibile addio. Il rischio, concreto, è che il Flaminio diventi l’unico argomento di discussione, l’unico orizzonte verso cui guardare, mentre il presente scorre via tra prestazioni opache e un rapporto con la tifoseria che non accenna a migliorare. I tifosi vogliono vedere impegno e investimenti sulla squadra, vogliono capire quale sarà il progetto tecnico, vogliono sentirsi parte di qualcosa che non sia solo un piano edilizio, per quanto importante e necessario. E finché queste risposte non arriveranno, il nuovo stadio resterà un bellissimo oggetto del desiderio, una promessa per il futuro, ma non basterà a riempire quel vuoto che oggi, come non mai, si sente tutto.

L’intricata partita romana tra candidature incrociate e iter burocratici da affrontare

C’è poi un altro capitolo, che riguarda la città e le sue complessità. Lotito ha parlato di candidatura per Euro 2032, ha detto che la Lazio ha già formalizzato una manifestazione di interesse perché il Flaminio possa essere valutato tra le sedi ospitanti, ma è consapevole che il percorso sarà competitivo e che Roma, in questa partita, potrebbe presentare più dossier. Un riferimento implicito all’altro grande progetto di stadio in città, quello della Roma, e alla necessità di fare sistema o, al contrario, di affrontare una concorrenza interna che potrebbe complicare le cose. Il presidente ha insistito su metodo e trasparenza, sulla volontà di affrontare la questione con programmazione, perché l’assegnazione delle sedi per un Europeo non è cosa da poco e richiede requisiti tecnici e istituzionali stringenti. E in questo quadro, il fatto che il Comune di Roma non abbia finora osteggiato l’operazione Flaminio – a differenza di quanto accade in altre piazze italiane, come Napoli, dove il braccio di ferro tra il club e l’amministrazione è tutt’altro che sopito – rappresenta un elemento di vantaggio non secondario. Ma la strada è lunga, e l’iter burocratico dovrà passare al vaglio della conferenza dei servizi, con tutti i tempi tecnici che questo comporta. L’inizio lavori è previsto per il 2027, ma quanti intoppi potranno emergere lungo il cammino è difficile prevederlo. Quel che è certo è che la Lazio ha scelto di giocare questa partita con determinazione, investendo risorse e credibilità su un progetto che dovrebbe segnare una svolta epocale nella storia del club. Resta da capire se, in attesa di quel 2031, quando il cantiere dovrebbe chiudersi, riuscirà a ricucire lo strappo con quella parte di mondo laziale che oggi si tiene a distanza, osservando, criticando, e soprattutto non andando allo stadio.

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