Il governo di Netanyahu spinge per la pena di morte ai palestinesi, l’Europa dice no
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Redazione Esteri
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La legislazione israeliana che mira a estendere l’applicazione della pena capitale, un disegno di legge destinato a essere votato alla Knesset nei prossimi giorni, sta innescando un vero e proprio terremoto diplomatico con i principali partner europei. Il cuore della controversia, a ben guardare, risiede nella formulazione dell’articolato: una norma che, di fatto, introduce una disparità giuridica evidente, laddove prevede la condanna a morte per “chiunque causi intenzionalmente o con noncuranza la morte di un cittadino israeliano per motivi di razzismo o ostilità verso una comunità, e con l’obiettivo di danneggiare lo Stato di Israele e la rinascita del popolo ebraico nella sua terra”. Una specificazione, quest’ultima, che rende la pena di morte applicabile a un palestinese autore di un omicidio ai danni di un israeliano, escludendo di fatto il percorso giudiziario inverso: nessun israeliano, anche qualora uccidesse un palestinese, potrebbe mai rientrare in una casistica così strettamente legata all’intenzione di nuocere allo Stato ebraico.
La presa di posizione della Lega e la cronaca nera del consenso
Sul fronte interno alla politica italiana, la vicenda si intreccia con dinamiche di segno opposto rispetto al governo, alimentando un dibattito che va oltre la mera cronaca diplomatica. Mentre i quattro grandi Paesi europei tentano di arginare la deriva legislativa promossa dall’esecutivo di Benjamin Netanyahu, la Lega ha compiuto un’operazione di inquadramento politico parallela, dichiarando “terroristi” i movimenti Antifa. Una definizione, quella utilizzata dal partito, che sposta il fuoco del discorso pubblico sull’ordine interno, in una fase in cui le tensioni internazionali sembrano riflettersi anche nelle categorizzazioni giuridiche domestiche. Si tratta di una lettura che, per quanto distante geograficamente dal conflitto mediorientale, si inserisce in quella stessa logica di inasprimento del linguaggio e delle misure repressive che l’Europa, nelle sue dichiarazioni ufficiali, sta invece criticando.
Il fronte europeo: Francia, Germania, Italia e Regno Unito all’unisono
La reazione del Vecchio Continente non si è fatta attendere, anzi, ha assunto i contorni di un fronte compatto che raramente si vede su dossier così delicati. I ministri degli Esteri di Francia, Germania, Italia e Regno Unito – vale a dire le principali potenze europee, con Londra che pure si muove in un contesto geopolitico post-Brexit ma allineata su questo punto – hanno rilasciato una dichiarazione congiunta nella quale esprimono “profonda preoccupazione” per i piani israeliani. La Farnesina, nel rendere noto il testo, ha sottolineato come i quattro Paesi esortino “i decisori israeliani alla Knesset e al Governo ad abbandonare questi piani”. Un’intesa, quella tra i quattro governi, che arriva a poche settimane di distanza dalle tensioni legate al caso Pizzaballa, e che dimostra come il rapporto tra Israele e l’Europa stia attraversando una fase di significativa frizione sul fronte dei principi fondamentali del diritto.
L’intervento del Consiglio d’Europa e le parole di Alain Berset
A gettare ulteriore benzina sul fuoco della polemica, o meglio a rafforzare la posizione critica delle cancellerie europee, è stata la presa di posizione del Consiglio d’Europa, l’organo che da decenni vigila sulla tutela dei diritti umani nel continente. Nello stesso giorno in cui i quattro ministri degli Esteri firmavano il documento congiunto, il Consiglio ha rilasciato una dichiarazione autonoma che ricalca le medesime preoccupazioni, con una sottolineatura particolarmente netta da parte del segretario generale Alain Berset. Questi, con una formula che lascia poco spazio a interpretazioni, ha chiesto a Israele di “abbandonare il disegno di legge per estendere l’uso della pena di morte”. Una richiesta che, sebbene formulata nei canoni della diplomazia istituzionale, rappresenta di fatto una condanna senza appello a un testo normativo che molti osservatori ritengono incostituzionale rispetto agli stessi parametri democratici che Israele dichiara di voler difendere.
L’asse franco-tedesco, a cui si sono aggiunti Roma e Londra, ha dunque scelto la via della chiarezza: nessuna ambiguità di fronte a un provvedimento che, come hanno fatto notare le diplomazie europee, rischia di normalizzare un’eccezionalità giudiziaria difficilmente compatibile con i principi condivisi dall’Unione. E mentre il governo Netanyahu sembra intenzionato a portare avanti la votazione alla Knesset, sul tavolo restano le pressioni incrociate tra chi invoca la sicurezza nazionale e chi, come i quattro Paesi europei, invoca il rispetto di una legalità che non faccia distinzioni tra vittime e carnefici sulla base della nazionalità.




