Masters of the Universe, il flop annunciato o l’effetto nostalgia?

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Con un budget che, stando alle ultime stime, oscilla tra i 170 e i 200 milioni di dollari, il kolossal Masters of the Universe firmato da Travis Knight è approdato nelle sale cinematografiche (dal 5 giugno 2026) con il peso di un’eredità complicata e una freddezza critica che rischia di spegnere sul nascere le ambizioni del duo Amazon MGM-Mattel. L’operazione, che mirava a rigenerare un marchio iconico per consegnarlo a una nuova generazione di spettatori, si scontra infatti con un presente fatto di incassi da decifrare e una caratterizzazione stilistica che divide.

Il principe Adam, interpretato da Nicholas Galitzine, non è più l’eroe muscolare e gridato degli anni Ottanta; è, piuttosto, un impiegato di un’azienda americana, smarrito e mingherlino, un pesce fuor d’acqua che passa le giornate a parlare di un pianeta lontano – Eternia – in attesa di ritrovare una mitica Spada del Potere. Eppure, è proprio questa scelta registica, quella di incastonare la fantasy epica nella routine della middle America, a rappresentare il nodo cruciale di una pellicola che non sa se ridere di sé stessa o prendersi sul serio.

La terra di mezzo tra “Shrek” e “Highlander”

La voce narrante che apre il film, impostata su quel registro ironico e postmoderno inaugurato ormai un quarto di secolo fa da Shrek, avverte subito lo spettatore: non ci si trova davanti a un fantasy epico tradizionale, ma a un’operazione che gioca con i propri cliché. L’esilio del giovane Adam sulla Terra, la perdita immediata della spada (sepolta in un fumetteria di provincia) e la crescita solitaria rappresentano una metafora piuttosto esplicita dello straniamento del materiale originale.

Da un lato, Knight dimostra una profonda conoscenza del lore – infarcendo la pellicola di easter egg visivi e riferimenti al comparto玩具 – ma dall’altro, come notato da diverse recensioni, tradisce la natura del personaggio. Il risultato è un’opera che viene definita da alcuni critici come volutamente “sciocca”, uno scontro tra action figure sbattute insieme da un bambino in cameretta.

Purtuttavia, questa leggerezza cozza violentemente con la CGI ridondante e la lunghezza fuori standard di 141 minuti, che rende le sequenze sulla Terra – quelle in cui Adam cerca di ritrovare sé stesso – una tappa noiosa e ripetitiva in attesa del ritorno a Eternia.

Il paradosso Skeletor e la forza dei comprimari

Se il protagonista, Nicholas Galitzine, rischia di essere oscurato da un copione che lo vuole troppo goffo per essere credibile e troppo serioso per essere comico, il fronte dei villain raccoglie invece i consensi più unanimi. Jared Leto, irriconoscibile sotto le sembianze del teschio vivente di Skeletor, abbraccia la caricatura con un’intensità tale da risultare “divertente e terrificante” allo stesso tempo.

La sua prova, secondo i commentatori, funge da collante per un cast che altrimenti brancolerebbe nel buio stilistico: Alison Brie (Evil-Lyn) gioca la carta del sopra le righe consapevole, mentre Idris Elba, nei panni di Man-At-Arms, sembra quasi annoiato, come se avesse capito prima degli altri di trovarsi in un vicolo cieco narrativo. Camila Mendes, nel ruolo di Teela, cerca di ancorare la vicenda a un eroismo più terreno, ma anche la sua performance viene spesso sommersa dal fragore delle esplosioni digitali e dai dialoghi infantili.

La presenza di un cameo di Dolph Lundgren, il He-Man del 1987, spezza la quarta parete con un tono malinconico che stride con il resto dell’operazione, quasi a ricordare al pubblico cosa questo genere di operazioni abbia perso per strada: l’innocenza epica.

Un’estetica da cosplay e un’animazione senz’anima

Travis Knight, che aveva incantato con lo stop-motion di Kubo e la spada magica, sceglie qui una strada paradossalmente più greve: l’uso massiccio di costumi pratici, che avrebbero dovuto ancorare la storia alla realtà, finisce invece per far sembrare gli attori dei cosplayer a una convention di fumetti. Se da una parte c’è un’evidente volontà di distanziarsi dalla pura computer grafica, dall’altra la messa in scena appare piatta, priva di quella “meraviglia” che il genere fantasy richiederebbe.

La critica più feroce, in tal senso, arriva dall’analisi della durata: i frequenti rientri sulla Terra per cercare la spada vengono descritti come “noiosi”, e l’unico slancio vitale arriva solo nello strafottente finale, dove la colonna sonora di Brian May (Queen) prova a infilare un’accelerata rock. Ma è troppo tardi. Quando arriva la scena durante i titoli di coda che presenta un possibile sequel, la sala probabilmente avrà già smesso di sognare.

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