«Il collega di Conte chiedeva il 10% per le mascherine». Un’altra procura indaga, Fdi all’assalto dell’ex premier
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Redazione Interno
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Sono trascorsi cinque anni da quando scoppiò la pandemia – eppure, a distanza di oltre 1.800 giorni, molte decisioni e appalti di quella stagione di emergenza, costata decine di migliaia di morti e decine di miliardi di euro, restano ancora avvolti nell’ombra. A perforare quel velo, nelle ultime ore, ci hanno pensato due imprenditori, ascoltati in commissione Covid, le cui rivelazioni hanno restituito il clima di un’epoca in cui – mentre il paese era in lockdown – nello studio legale del professor Guido Alpa, maestro e socio dell’allora premier Giuseppe Conte, si trattava il prezzo delle mascherine.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso, in questo caso, porta la firma del manager della Jt Electronics, il quale ha riferito ai pm un retroscena pesante: l’avvocato Luca Di Donna, presentatosi esplicitamente come “collega” del presidente del Consiglio, gli avrebbe proposto di “risolvere i problemi” relativi alle forniture per la Protezione civile. Il meccanismo, secondo la testimonianza, era semplice e brutale. In cambio di un “contributo”, quantificato in una percentuale che nei fatti arrivava al 10% del valore del contratto, l’avvocato avrebbe sbloccato gli sdoganamenti e le gare. «Rifiutai – avrebbe dichiarato il manager – e partirono controlli e sequestri».
L’ombra del “Mr. 10%” e i metodi dello studio Alpa
Non si tratta, a ben vedere, di un episodio isolato. A deporre nella stessa direzione è stato un altro imprenditore, Giovanni Buini, la cui vicenda presenta inquietanti analogie con quella del collega. Buini ha raccontato di aver incontrato Di Donna – e persino un funzionario dei servizi segreti (Enrico Tedeschi, all’epoca capo di gabinetto dell’Aise) – proprio nello studio di Alpa. L’obiettivo era ottenere commesse dalla struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri. Ebbene, anche in quel caso spuntò fuori una richiesta di provvigione. «Mi sembrò palesemente una tangente», avrebbe dichiarato l’imprenditore, tanto da spingerlo a revocare il mandato e a denunciare il fatto. Il copione si ripete: dopo il rifiuto, i controlli della Guardia di Finanza e i sigilli.
La requisitoria di Fratelli d’Italia: “Conte si dimetta dalla commissione”
Se la magistratura – e in particolare un’altra procura che avrebbe aperto un fascicolo sull’affare – si muove con i tempi lunghi del segreto istruttorio, la politica ha invece alzato il volume di un crescendo rovente. I deputati di Fratelli d’Italia, riuniti intorno alla presidente della commissione Covid, hanno trasformato le audizioni in un’assemblea pubblica d’accusa. Secondo la parlamentare Cristina Almici, le testimonianze raccolte «non rappresentano un caso isolato, bensì rivelano l’esistenza di un vero e proprio sistema». La richiesta, formulata senza mezzi termini, è che l’ex presidente del Consiglio abbandoni immediatamente la commissione d’inchiesta. «Conte – hanno tuonato i colonnelli del partito di Giorgia Meloni – non può nascondersi dietro uno scudo procedurale mentre i suoi sodali venivano filmati mentre chiedevano il pizzo sulle mascherine».
Tra inchieste giudiziarie e responsabilità politiche
In questo turbinio di dichiarazioni e contro-dichiarazioni, l’avvocato Di Donna si difende sostenendo la correttezza del suo operato, ma per lui l’ipotesi di reato resta grave. Gli inquirenti stanno vagliando i verbali della commissione, cercando di capire se dietro quelle “consulenze” milionarie si celasse un traffico di influenze illecite finalizzato a scardinare le regole dell’emergenza. Quel che è certo, al netto delle sentenze, è lo scenario politico che si delinea: a cinque anni di distanza, la gestione dell’emergenza torna a essere un campo minato per l’ex capo del governo, messo sotto scacco da imprenditori che – stanchi di pagare – hanno rotto il muro di omertà che spesso protegge questi affari.




