Donzelli accusa: “Studio Alpa chiedeva tangenti sulle mascherine”. E alla Camera spunta la protesta con i dispositivi
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Redazione Interno
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È un attacco frontale, privo di quelle mediazioni lessicali che spesso accompagnano le schermaglie politiche, quello che Giovanni Donzelli ha sferrato dalla stampa in piazza Montecitorio. Il responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia ha infatti riacceso i riflettori sulla cosiddetta “pandemia dei profitti”, chiedendo a gran voce che il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico facciano piena luce su quanto emerso, secondo lui, dalle ultime crepe dello scudo immunitario costruito intorno alla gestione dell’emergenza sanitaria. Le dichiarazioni del deputato, riportate da diverse agenzie, si concentrano su un meccanismo perverso che avrebbe visto protagonisti alcuni imprenditori legati allo Studio Alpa, lo stesso contesto professionale in cui l’ex presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, operava mentre era a capo del governo. Donzelli ha descritto un sistema nel quale, a fronte della richiesta di percentuali per accedere agli appalti delle mascherine, il paradosso tragico della cronaca si consumava fuori dalle stanze del potere: medici e infermieri morivano nei reparti sprovvisti di quei dispositivi.
Il “metodo” dello Studio Alpa e la pioggia di milioni per dispositivi “farlocchi”
Nel mirino delle opposizioni di maggioranza, come riportato da fonti parlamentari, finisce non solo la presunta richiesta di tangenti, ma anche la qualità scadente del materiale poi effettivamente distribuito. Donzelli ha usato toni duri per descrivere un duplice tradimento: mentre alcuni soggetti – avvolti dall’ombra lunga dello studio legale di Conte – si sarebbero arricchiti, lo Stato italiano si ritrovava a smaltire milioni di euro in mascherine “farlocche”, ovvero contraffatte o non a norma. È una vicenda, quella della contraffazione, che non rappresenta una novità assoluta per gli investigatori, ma che acquista una valenza politica specifica se incrociata con le cariche istituzionali ricoperte all’epoca. La ricostruzione dei fatti fornita dall’esponente di Fratelli d’Italia lascia intendere che vi fosse una consapevolezza diffusa, all’interno di quella cerchia, dello stato di necessità degli ospedali, trasformato in un’occasione per spremere percentuali sui bandi. È una lettura, la sua, che rifiuta ogni sfumatura di grigio per dipingere un quadro di totale spregiudicatezza.
La provocazione delle mascherine in Aula e l’accusa di “menzogna seriale”
Se le parole di Donzelli hanno infiammato i corridoi di Montecitorio, il gesto compiuto dai deputati di Fratelli d’Italia nell’Aula della Camera ha trasformato la polemica in un’icona visiva. Indossando i dispositivi di protezione durante i lavori parlamentari, i rappresentanti del partito di Giorgia Meloni hanno voluto simulare una sorta di “processo alla memoria”, con l’obiettivo di rinfacciare al leader pentastellato Giuseppe Conte quelle che loro definiscono omissioni. È stata la capogruppo in commissione Covid, Alice Buonguerrieri, a scandire l’accusa più pesante rivolta all’ex capo del governo: quella di essere un “mentitore seriale, inaffidabile e inattendibile”. Buonguerrieri non ha usato giri di parole nell’intervento alla Camera, sottolineando come l’atteggiamento di Conte – che siede nella commissione d’inchiesta – sia di fatto un modo per utilizzare quel ruolo come uno scudo, evitando così un’audizione diretta e formale che potrebbe metterlo in difficoltà. “Se ha mentito su questo”, ha tuonato la deputata riferendosi allo Studio Alpa, “su cosa dobbiamo attenderci che abbia mentito ancora?”.
Lo scontro diretto e la controffensiva di Conte in Aula
L’atmosfera, come si può facilmente immaginare, è divenuta rovente nel momento in cui Giuseppe Conte ha preso la parola per replicare. Le cronache raccontano di una risposta secca, quasi tagliente, con cui il presidente del Movimento 5 Stelle ha raccolto il guanto di sfida lanciato da Buonguerrieri. Lungi dal limitarsi a una smentita formale, Conte ha spostato l’attenzione sulla cornice giuridica che protegge i parlamentari, lanciando una sorta di sfida tribunizia ai suoi accusatori: “Rinunciate all’immunità e ci vediamo in tribunale”. È un passaggio cruciale, questo, perché trasforma il duello politico in una potenziale querela giudiziaria, spostando il terreno dello scontro dalle aule parlamentari (dove Conte siede come membro della commissione) a quelle della magistratura. Per i deputati di Fratelli d’Italia, questa reazione è la prova che il nervo scoperto è stato toccato; per il Movimento 5 Stelle, invece, si tratta dell’ennesimo tentativo di usare la commissione Covid come un’arma di distrazione di massa, lontana dai problemi reali del Paese. La spettacolarizzazione della protesta, con l’uso scenico delle mascherine, ha comunque segnato un punto di non ritorno nel clima politico italiano, incrinando definitivamente ogni residua tregua tra i due schieramenti.




