La notte del calcio totale e l’incubo dell’arbitro: il Psg fa la storia, Makkelie e la difesa dell’Atletico affondano
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Redazione Sport
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Se il calcio avesse bisogno di una prova provante che la fase a eliminazione diretta può talvolta partorire mostri di noia e tatticismo, la semifinale di Champions League tra Paris Saint-Germain e Bayern Monaco ha fornito il controargomento perfetto, archiviando la pratica con un fragoroso 5-4 che, a guardare bene il dispendio energetico e le occasioni create, potrebbe persino stare stretto ai parigini. Quel che è certo, ed emerge plastico dalle cronache delle prime pagine europee, è che il Parco dei Principi ha ospitato quella che molti, a partire dall’allenatore del Como Cesc Fabregas – il quale l’ha definita la migliore partita mai vista in vita sua –, considerano già una pietra miliare dello spettacolo sportivo. Si tratta di una di quelle notti, insomma, in cui le difese, ridotte a comparse, lasciano il palcoscenico a un’offensiva talmente fluida e spericolata da assomigliare più a una jam session jazz – dove Kvaratskhelia, Dembélé e Neves improvvisano geometrie imprevedibili – che a una strutturata partita di scacchi.
Ma mentre a Parigi si esaltava il “calcio totale” nell’accezione più anarchica del termine, dall’altra parte del tabellone, nel catino del Wanda Metropolitano, si è consumata una narrazione diametralmente opposta, che ci ha riportati sulla terra con la violenza di un pugno nello stomaco. L’Atletico Madrid e l’Arsenal hanno offerto una gara di nervi, interrotta a ripetizione dal fischietto olandese Danny Makkelie, il quale, a fine serata, si è preso la poco invidiabile palma di peggior uomo in campo. In una gara decisa da una sarabanda di rigori e revisioni al Var, Makkelie è finito al centro della bufera per una gestione che ha gettato benzina sul fuoco delle polemiche: prima assegnando un penalty per un contatto leggero su Gyokeres, poi venendo richiamato al monitor per concederne – giustamente, in questo caso – uno all’Atletico per il tocco di braccio di White, salvo infine revocare un altro rigore all’Arsenal nel finale dopo una nuova on-field review. Un carosello di incertezze che ha finito per sterilizzare il gioco, arricchendo le statistiche dei falli più che quelle delle emozioni.
Il paradosso Mendicino: osare o perire? Il modello che l’Italia non ha
A gettare uno sguardo critico su questo divario stilistico – tra l’esplosione creativa franco-tedesca e l’estenuante stratagemma spagnolo-inglese – ci ha pensato Ettore Mendicino, ex attaccante della Lazio e oggi mental coach, il quale ha analizzato la differenza di approccio con la consueta schiettezza da ex giocatore. Il suo ragionamento, lucido e spietato, parte da una constatazione che fa male al movimento italiano: perché da noi, si chiede retoricamente Mendicino, non si riesce a offrire quello spettacolo? La risposta, a suo avviso, non risiede tanto nella qualità tecnica individuale – che pure a Parigi era da外星人 – quanto in un “atteggiamento diverso nei confronti dell’osare”. L’analisi dell’ex calciatore, infatti, scardina la scusa della qualità inferiore per spostare l’attenzione su una questione culturale: il coraggio di sbagliare, di tenere la palla anche a rischio di farsi infilare, di proporre un calcio basato sull’uno contro uno e sul pressing asfissiante senza quello specchietto retrovisore che frena le iniziative.
L’automotive in crisi e la difesa che vola: la metamorfosi della Germania oltre il rettangolo verde
Se il Bayern ha lasciato le penne a Parigi – nonostante i due gol pesanti di Kane e Olise –, la sua nazione sta combattendo una battaglia ben più complessa fuori dal campo, dove il mito della solidità economica tedesca ha cominciato a scricchiolare sotto i colpi della concorrenza cinese. L’automotive, storicamente il motore del Paese, perde colpi con giganti come Volkswagen e Bmw, ma paradossalmente (se così si può dire guardando i numeri della crescita) “difesa e infrastrutture volano”. Una dicotomia che fotografa un cambio di paradigma senza precedenti: mentre le fabbriche di auto chiudono o rallentano, l’industria pesante legata alla difesa e i fondi per il rinnovamento delle reti assorbono capitali e manodopera. Non è una semplice rotazione di portafoglio, ma una vera e propria riconversione che promette di alterare per sempre l’identità produttiva della “formica d’Europa”, costretta a difendersi con le armi della pesantezza strutturale proprio mentre sul terreno di gioco (il rettangolo verde del Parco dei Principi) i suoi campioni dimostravano che la leggerezza e la velocità sono ancora le migliori risorse.
Il gesto di Rice, la fissazione di Simeone e l’invito al coraggio di Fabregas
Nel vortice degli episodi della notte, spiccano due note stonate che rischiano di passare in secondo piano rispetto al tripudio di gol, ma che raccontano bene la tensione delle semifinali. Da un lato, c’è il brutto gesto di Declan Rice (il centrocampista dell’Arsenal) ai danni di Julian Alvarez, un’azione che la moviola ha perdonato ma che gli animi caldi non dimenticheranno facilmente; dall’altra, l’ostinazione di Diego Simeone – il Cholo – nell’insistere con il proprio figlio in squadra, una scelta che qualcuno nei corridoi dello stadio ha bollato come affetto mal riposto. C’è però forse un insegnamento più alto che arriva dalle parole di Cesc Fabregas a margine della conferenza stampa sul Como-Napoli. Lo spagnolo, che conosce la Premier e la tattica italiana come pochi, ha parlato di “goduria” e di apprendimento visivo: se non vedi qualcuno che osa, come fanno i tuoi giocatori a replicarlo in allenamento? Un monito chiaro a non fossilizzarsi sul “gioco dei falli” o su certi automatismi difensivi, perché alla fine, come visto a Parigi, è la partita senza rete (o meglio, con la rete che trema da una parte e dall’altra senza sosta) quella che il mondo ricorderà.




