La passeggiata in giardino che ha salvato Mojtaba Khamenei: il figlio della Guida era fuori quando le bombe hanno polverizzato il resto della famiglia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il destino, a Teheran, talvolta si decide con il passo lento di una camminata tra gli alberi. Per Mojtaba Khamenei, divenuto ormai quasi due settimane fa la nuova Guida Suprema della Repubblica islamica, la salvezza è coincisa con un’uscita temporanea dal suo edificio, una deviazione che lo ha portato a trovarsi in giardino nei minuti immediatamente precedenti l’attacco missilistico del 28 febbraio. Secondo quanto ricostruito dal quotidiano britannico The Telegraph, che cita una registrazione audio attribuita a un rapporto interno trapelato dagli ambienti del regime, il figlio cinquantaseienne dell’ayatollah defunto si trovava all’esterno della residenza, intento a sbrigare una faccenda personale, quando le forze congiunte di Stati Uniti e Israele hanno centrato in pieno il complesso dove si teneva un incontro ai massimi livelli.

Quel momento, descritto come un atto di volontà divina dal capo del protocollo dell’ufficio del leader, Mazaher Hosseini – la cui voce sarebbe proprio quella finita nel nastro finora rimasto segreto – ha fatto la differenza tra la vita e una morte certa. Mentre il padre Ali Khamenei, insieme a decine di altri alti funzionari governativi e comandanti dei Pasdaran, veniva letteralmente polverizzato dall’impatto, Mojtaba riportava solo una ferita a una gamba. La moglie di Mojtaba, Zahra Haddad, è invece rimasta uccisa sul colpo, così come altri membri della cerchia familiare più stretta, in una strage che ha decimato il lignaggio dei Khamenei. I dettagli emersi dal rapporto sono agghiaccianti nella loro crudezza: il cognato Mesbah al-Hoda Bagheri Kani è stato decapitato, mentre del capo dell’ufficio militare del padre, Mohammad Shirazi, sarebbero rimasti solo pochi chili di carne, appena sufficienti per il riconoscimento.

Il potere dietro le quinte e l’ombra dei Pasdaran

Che Mojtaba fosse da tempo l’uomo forte nell’ombra, del resto, non era un mistero per gli analisti e per i servizi occidentali. Per anni ha operato senza incarichi ufficiali, muovendosi con abilità all’interno dell’ufficio del padre, noto come beyt, dove ha intessuto una fitta rete di relazioni con le frange più dure del regime, dai vertici dei Guardiani della Rivoluzione ai servizi di sicurezza. Qualcuno, nei cablogrammi diplomatici statunitensi trapelati anni fa, lo aveva già definito “il potere dietro la tunica”, a sottolineare un’influenza che andava ben al di là del suo ruolo formale di secondo genito. È stato lui, secondo numerose ricostruzioni, a guidare i Pasdaran nel pilotare la contestata rielezione di Mahmoud Ahmadinejad nel 2009 e nella successiva, sanguinaria repressione delle proteste di piazza dell’Onda verde.

Oggi, dopo la successione formalizzata dall’Assemblea degli Esperti il 9 marzo, il suo potere è diventato visibile, ma le circostanze della sua ascesa appaiono quanto mai opache. Nonostante il governo guidato dal presidente Massoud Pezeshkian e lo stesso ministro degli Esteri Abbas Araghchi abbiano più volte ribadito che la Guida è in buona salute e pienamente operativa -5, la realtà dei fatti racconta di un uomo che non si è fatto vedere in pubblico nemmeno una volta dopo l’attacco. Il suo primo messaggio alla nazione è stato letto da un presentatore della televisione di Stato, alimentando un alone di mistero sulla reale estensione delle sue ferite e, più in profondità, su chi stia davvero tenendo in pugno le redini di un paese sprofondato in una guerra aperta.

L’attacco, il ruolo della Cia e la nuova gerarchia militare

L’operazione che ha cambiato per sempre gli equilibri mediorientali è stata il frutto di una sinergia ormai collaudata tra intelligence americana e israeliana. Fonti di stampa internazionale hanno rivelato che è stata la Cia a fornire le coordinate precise dell’incontro, individuando la posizione del vecchio Khamenei grazie a una rete di informatori interni e all’uso di sofisticati sistemi di intelligenza artificiale per l’analisi predittiva. I jet israeliani, decollati all’alba, hanno sganciato decine di bombe di precisione sul complesso di Beit-e Rahbari, il vero centro nevralgico delle decisioni strategiche iraniane, uccidendo non solo la Guida ma anche il comandante dei Pasdaran Mohammad Pakpour, il ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh e altri alti ufficiali.

La nuova leadership, quindi, si trova oggi a dover fare i conti con un vuoto di potere militare che la dice lunga sulla fragilità del momento. Con i vertici dell’esercito decimati e le telecomunicazioni in larga parte interrotte dagli attacchi successivi -4, il ruolo dei Pasdaran – quel delle Guardie della Rivoluzione che ha sempre visto in Mojtaba un punto di riferimento – si fa inevitabilmente più pervasivo. Se il padre aveva passato decenni a bilanciare le varie anime della Repubblica islamica, tenendo a freno l’istituzione militare, il figlio, ferito e costretto alla clandestinità, sembra destinato a doverla assecondare, trasformando un regime che si voleva teocratico in un sistema dove la divisa pesa più del turbante.

Le vittime e la caccia al nuovo leader

Non è solo la sopravvivenza fisica di Mojtaba a essere appesa a un filo. L’attacco del 28 febbraio, pianificato per cancellare in un colpo solo l’intera leadership iraniana, ha assunto i contorni di una tragedia familiare senza precedenti. Oltre al padre e alla moglie, hanno perso la vita anche la madre Mansoureh, la sorella minore Hoda insieme a suo marito, e persino una bimba di quattordici mesi, figlia di un’altra sorella. Un massacro che, nella mentalità mediorientale, non può che alimentare una spirale di vendetta, ma che al contempo rappresenta per Israele e Stati Uniti un’occasione unica per colpire ancora. Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, non ha mai fatto mistero della sua intenzione di eliminare quello che i suoi strateghi definiscono un “topo nascosto sottoterra”, un leader considerato inadeguato e con cui, per stessa ammissione americana, non si può trattare se non a condizioni di resa incondizionata.

Mojtaba, stando alle testimonianze, non era nell’ala più protetta del bunker al momento dell’esplosione, e questo gli è costato caro in termini familiari ma gli ha probabilmente salvato la vita. Ora, mentre i caccia israeliani pattugliano lo spazio aereo di Teheran quasi indisturbati e le forze statunitensi hanno distrutto decine di unità navali iraniane -4, la caccia al secondo dei Khamenei è ufficialmente aperta. Per i servizi occidentali si tratta di decapitare definitivamente la testa del serpente; per i Pasdaran, di proteggere l’unica figura in grado, almeno sulla carta, di garantire una parvenza di continuità dinastica in un paese che, suo malgrado, si sta riscoprendo sempre più simile a una monarchia ereditaria che a una Repubblica islamica.

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